19.3.08

Recensione CineCult: Lo specchio

Regia: Andreij Tarkovskij
Sceneggiatura:
Andreij Tarkovskij
Cast:
Margarita Terkhova, Oleg Yankovsky
Realizzato nel:
1974
Titolo originale:
Zerkalo


Canonizzare “Lo specchio”, schematizzarlo e “assegnargli” un genere è un’impresa impossibile, riduttiva, sarebbe come privare un albero delle sue radici, impedirgli di essere
ciò che realmente è, un prodotto che trascende il concetto di film per elevarsi a quello di opera d’arte, in cui è possibile vedere ciò che si vuole, in cui è facile individuare aspetti della propria vita, in cui anche a distanza di tempo ogni singolo fotogramma rimane impresso nella memoria, e il cui unico elemento “certo” (almeno in parte) è l’omaggio alla madre Russia.
Una madre Russia prima tanto cara all’autore e poi ostile al punto da costringerlo a ripiegare in Italia, chiedendo asilo politico (“Nostalgia” è figlio di questo periodo, così come la nostalgia e il peso dei ricordi è
determinante per Jurij).
L’opera è in parte autobiografica, in cui tra fantasia e realtà vengono narrati i due eventi che hanno segnato la vita di Tarkovskij, la gioventù travagliata e il divorzio dalla moglie. Tra le righe delle vicende familiari si insinua la narrazione di uno tra i più drammatici periodi per la Russia
(allora U.R.S.S.), la seconda guerra mondiale prima (i “fuochi d’artificio” che si stagliano nel cielo altro non sono che missili) e lo stalinismo poi (il giovane Jurij costretto a frequentare l’accademia militare, a sottostare a rigide regole, che vanno probabilmente contro i suoi principi, o forse semplicemente vorrebbe tornare da sua madre e dalla sua famiglia).
E sono proprio questi eventi a determinare una scissione nell’animo del fanciullo (da qui lo specchio del titolo, altri se non un punto di vista su ciò che avrebbe voluto fosse la sua infanzia), una sua “metà” costretta nel campo militare, l’altra al seguito della madre.
Proprio la madre segna la sua gioventù, mai presente come tale, sempre
costretta tra un lavoro precario e arduo e un’intera famiglia da mandare avanti, il padre è infatti scomparso da lungo tempo.
Nei suoi sogni la madre immagina il ritorno del marito, lo attende su una staccionata, ma mai arriverà.
Nei suoi sogni immagina di levitare quando è con lui, l’amore la rende leggera, riesce a ridere sinceramente, ma quando ritorna alla realtà tutto si fa pesante, non c’è spazio per l’amore e per i sentimenti benevoli, almeno non in superficie.
Proprio questa mancanza determinerà la futura vita di Jurij, che rimpiangerà sempre il non avere avuto un rapporto sereno con la madre e, oppresso dai sensi di colpa (ingiustificati) si troverà in punto di morte a soli quarant’anni.
L’altro evento determinante è la separazione della moglie, ostinata a tenere lontano da lui suo figlio per paura che possa influenzarlo.
Non è un caso che sua madre e sua moglie abbiano lo stesso aspetto, che entrambe vogliano (anche se per ragioni differenti) crescere il propri
o figlio da sole.
Ciò che è sicuramente determinante nell’economia della pellicola e della storia è il peso dei ricordi, in cui attraverso un tripudio cromatico (che o
scilla liberamente dal bianco al nero fino al colore, passando per la tanto cara tonalità “seppia”) ripercorre la sua intera esistenza, analizzando passo dopo passo tutti gli eventi che l’hanno portato in punto di morte e a nulla servirà la vicinanza dell’anziana madre, solo un’ombra di ciò che è stata in passato, a risollevarlo, a rassicurarlo del fatto che non è necessario alcun rimorso, non è colpa di nessuno per la situazione venutasi a creare.
Tarkovskij riesce, con maestria, a contestualizzare all’interno dell’opera ancora una volta riflessioni sui concetti di vita e di morte, riflettendo sulla necessità di un bene comune più che del bene personale, in questo caso il mantenimento della famiglia e non il singolo rapporto tra lui e sua madre.
Il liberatorio finale porta su schermo tutti i “protagonisti” della vicenda, che arrivano quasi ad incontrarsi, ad incrociare le loro vite, ma il passato (anche quello ipotetico) rimane tale e il futuro, per niente roseo, si disperde nei campi, alla ricerca di sé stesso.
Certamente la visione del film non è facile da “digerire”, anche per via dei tempi abbastanza dilatati (nonostante la durata non sia eccessiva), dei lenti movimenti nelle inquadrature e del senso metaforico affidato ad ogni immagine, ma considerarlo qualcosa di differente dal capolavoro (nonostante ritenga inopportuno categorizzare le pellicole) sarebbe un oltraggio, anche è soprattutto perché non è la semplice storia di una madre e di suo figlio, o meglio potrebbe anche esserlo, ma è parte integrante dell’esistenza di ogni individuo.


Recensione a cura di Svengali

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