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27.8.08

Import: Invisible Waves

Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Sceneggiatura: Prabda Yoon
Cast: Tadanobu Asano, Hye-jeong Kang, Eric Tsang, Ken Mitsuishi

Già grande autore col precedente
Last Life in the Universe, il regista Pen-Ek Ratanaruang si riconferma ora come uno fra i cineasti tailandesi più interessanti di sempre.

Ancora una volta il trittico formato da tre grandi artisti quali Ratanaruang alla regia, Doyle alla fotografia e Asano nei panni del protagonista si dimostra vincente. Questo non significa che Invisible Waves si possa considerare una film fotocopia del precedente. Tutt'altro. Se Last Life in the Universe era un prodotto certamente innovativo ma ben definibile e ascrivibile in determinati standard (nonostante continui sprazzi di surreale genialità), Invisible Waves è un lungometraggio, se possibile, ancora più autoriale, ricercato, ma proprio per questo meno adatto al grande pubblico.
E' evidente che la fotografia di Chris Doyle ha avuto un ruolo fondamentale nel dar vita alle cupe atmosfere che, forse, sono il pezzo forte del film, ma è altrettanto indubbio che il modo in cui il regista ha saputo dar movimento alle immagini, senza invadenza e con uno sguardo che sembra scavare dentro l'anima, si può a ben ragione considerare la carta vincente del lungometraggio. Così come non si può che applaudire all'interpretazione di un Asano immerso in un ruolo che gli calza davvero a pennello e che riesce a trasmettere alla perfezione un senso di disagio più che tangibile. Di grande impatto anche il resto del cast (internazionale) di cui si avvale Ratanaruang, composto dalla coreana Hye-jeong Kang (che molti ricorderanno in OldBoy), dal giapponese Mitsuishi Ken (Audition), dal cinese Eric Tsang (Infernal Affairs).
A una storia tutto sommato semplice si contrappone un sottotesto emotivo di forte intensità. Kyoji è un cuoco che pur avendo una relazione con la moglie del proprio capo accetta di assassinarla per conto del marito (forse perchè in realtà anche lui vuole sbarazzarsene). Sopraffatto dai sensi di colpa cerca di lasciarsi alle spalle la vita precedente cercando nuove motivazioni in un paese straniero grazie al sostegno del proprio mandante. Fra ambienti ostili e presenze inizialmente invisibili che sembrano seguirlo ovunque vada, quasi come se fossero un incarnazione del suo tormento, arriverà a prendere piena coscienza della situazione in cui si trova, tanto da un punto di vista materiale quanto da quello prettamente morale/psicologico. Mentre in partenza sembra di assistere a un thriller, già dopo pochi minuti l'impostazione filmica si sposta su altri lidi (poco battuti) concentrandosi sull'interiorità del protagonista, rappresentata nel caso specifico da situazioni al limite del paradossale e da una messa in scena estremamente inquietante che ricorda per molti versi il cinema di Lynch. Importante la musica, sempre presente e sussurrata, fatta di suoni raggelanti che contribuiscono a rendere stranianti anche le situazioni più comuni.
Se è vero che quello del senso di colpa e del rimorso è un tema già affrontato innumerevoli volte nel mondo del cinema, bisogna pur ammettere che è raro trovarsi di fronte ad un opera così priva di retorica come Invisible Waves. Anche e soprattutto nel finale, le intenzioni sono quelle di non abbandonarsi a classici meccanismi atti a suscitare le solite emozioni negli spettatori, non si va mai nella direzione del melò, non ci si sente mai vittime della pateticità.
Ma è in realtà nell'impostazione generale che, come già si accennava, Invisible Waves trova la propria forza e la propria ragion d'essere. Non è facile ne scontato addentrarsi in una psiche tormentata, non è immediato per lo spettatore provare empatia per un assassino e, quindi, lasciarsi coinvolgere da una pellicola che vuole mantenersi seria (nonostante l'ironia non sia del tutto assente). Pure i colpi di scena, quando presenti, non vengono -volutamente- sfruttati, perchè non rientrano negli obbiettivi del regista. Pertanto si dimostra saggia la decisione di proiettare ogni astrazione verso l'esterno, ed ecco che l'ambiente (vero protagonista del film) diventa trasfigurazione dell'inconscio, materializzazione delle sensazioni. Solo con questo concetto in mente è possibile apprezzare l'importante lavoro svolto, anche in fase di sceneggiatura, la cui semplicità non dovrebbe essere vista come un difetto ma come una scelta ben motivata dal successivo lavoro svolto in fase di regia.
Quanto detto in precedenza non dovrebbe mettere in secondo piano un'altro importante tassello che determina la riuscita di questo prodotto: i dialoghi. Potrebbe sembrare strano, perchè in un opera marcatamente surreale come questa ci si potrebbe convincere che le parole debbano lasciare il posto alle immagini. Ma non è così. Molte frasi (le più preziose) sono studiate e pensate per aprire la strada alle immagini stesse.
Del resto, anche il titolo acquista significato in alcune delle battute più belle dell'intero film: quando Kyoji si trova in viaggio sulla nave e fa la conoscenza del barman, quest'ultimo, parlando del proprio lavoro e del mare, afferma di odiare il primo ma di amare il secondo, “il mare non ha pregiudizi nei miei confronti, lo guardo e lui guarda me” dice. Ma Kyoji non può essere d'accordo, “strano, io ho l'impressione che il mare mi giudichi” risponde. Perchè la visione delle cose cambia in relazione al nostro stato interiore. Mentre chi è in pace con se stesso vede nel mare un riflesso della propria innocenza, il protagonista non può far altro che scorgervi delle onde invisibili, quelle della propria (sub)coscienza. Una coscienza macchiata e sporcata irrimediabilmente, turbata e irrequieta, come un mare apparentemente calmo in superficie ma mosso in profondità da un flusso che non può cambiare direzione, e che accompagnerà per mano Kyoji (e lo spettatore assieme) verso l'amaro e toccante finale che conclude degnamente un opera di elevato livello artistico.



Recensione a cura di Nosf

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21.8.08

X-Files: Voglio Crederci

Regia: Chris Carter
Sceneggiatura: Frank Spotnitz, Chris Carter
Cast: Gillian Anderson, David Duchovny, Amanda Peet, Bill Connolly, Xbzit

A dieci anni dalla prima iterazione cinematografica di una delle più importanti serie televisive di tutti i tempi, tornano al cinema gli agenti Mulder e Scully.

Quanto può aver senso rispolverare una serie ormai conclusasi da 6 anni con interrogativi importanti, senza riprendere quel discorso lasciato in sospeso ? Che neanche la Fox puntasse molto sul progetto lo dicono i 30 milioni di dollari (quasi un film “low-budget”) messi a disposizione di Chris Carter per riportare in auge il mito dei due agenti dell’FBI Fox Mulder e Dana Scully; il responso del botteghino statunitense è stato impietoso: a quattro settimane dall’uscita nei cinema a stelle e strisce la pellicola ha incassato circa 20 milioni di dollari, vanificando qualsiasi velleità “trilogistiche” che gli autori si fossero preposti (la casa di produzione aveva annunciato la volontà di realizzare 3 film).
E la scusa dell’uscita nelle sale troppo prossima al “mattatore” dell’industria cinematografica di quest’estate 2008, quel “The Dark Knight” che sta frantumando record su record, non regge: il terzo episodio de “La Mummia” ha guadagnato quanto avevano guadagnato i due predecessori. Inoltre, come sottolineato dal “collega” ColinMckenzie di BadTaste.it, un calo degli incassi al secondo weekend del 60 % significa che il film è stato poco apprezzato e che le sue sorti economiche sono state funestate da un passaparola negativo.
Leggittimo, X-Files: Voglio Crederci è un film pessimo.
Rispondendo al quesito in apertura di recensione, sembra già assurdo di per sè inimicarsi una buona fetta degli aficionados del serial TV optando per una trama da “filler” (puntate slegate o legate debolmente alla trama principale), figuriamoci costruire una pellicola su un plot buono tuttal’più per un porno-omosex, senza neanche l’ombra di un solido elemento paranormale che non siano le visioni di un prete pedofilo castrato.
I Want to Believe vorrebbe prima di tutto essere un buon thriller, ma non ci riesce; in primis, la volontà dell’autore di porsi come demiurgo onniscente risulta essere nociva alla suspense e alla capacità di suscitare interesse nello spettatore; del resto chi vuole sorbirsi 2 ore di film su un’indagine di cui si conosce il colpevole sin dal primo quarto d’ora ?
Se poi lo script è pieno di buchi di sceneggiatura, incoerenze e banalità assortite - con occasionali risvolti comici che ci si aspetterebbe dai siparietti della Gialappa’s - la soglia dell’attenzione cala paurosamente.
Il rapporto “odi et amo” tra Mulder e Scully viene esplicato tramite scambi di battute lunghi e noiosi del quale spesso e volentieri si ignorano le finalità narrative; stupisce la superficialità con il quale l’FBI indaga sulla scomparsa dei due agenti, dando fiducia e ampie risorse a un perfetto sconosciuto farneticante, salvo poi tacciarlo di inattendibilità quando questi dimostra di non essere un lestofante; addirittura viene lasciato libero di delinquere quando è ormai chiaro che il soggetto in questione abbia un legame non indifferente con gli indiziati. Impossibile glissare sulla ridicola (e mal esplicata) escamotage con il quale viene sbrogliata l’indagine: perché mai un funzionario della sanità in servizio (incensurato peraltro), addetto al trasporto d’organi espiantati, dovrebbe essere fermato dalle forze dell’ordine ?
Strapperanno più di un sorriso – si ride per non piangere, intendiamoci - le banalissime allegorie religiose e di stampo complottistico; neanche gli autori di Scary Movie erano stati capaci di inquadrare la foto del presidente Bush con il sottofondo musicale dell’inquietante tema principale di X-Files. Va da sè che il modo in cui vengono affrontate tematiche delicate come religione e violenze su minori, e ancor di più la rozzezza di alcuni dialoghi ad esse relativi, lascia interdetti.
Se il compito della caratterizzazione dei due protagonisti viene lasciata alle 9 stagioni del serial TV, con sommo smarrimento di chi il telefilm neanche l’ha adocchiato distrattamente (ma si sa, Voglio Crederci è un prodotto prima di tutto destinato agli aficionados di X-Files), i personaggi di contorno sono di un piattume avvilente, specie gli agenti interpretati dal rapper Xbzit, capace di ostentare un’unica espressione facciale “corrucciata” per l’intera durata del film, e da Amanda Peet: fuori luogo e stranianti le attenzioni neanche troppo velate che il personaggio da lei interpretato rivolge a quello di David Duchovny, assurda (e girata neanche fosse un filmaccio horror splatter di serie z) la sua dipartita. Si sente la mancanza di un villain carismatico e con moventi solidi: quelli dell’allegra brigata di chirurghi e infermieri russi francamente sono buoni per trame da libricino Harmony-per-gay rilette in chiave frankensteiniana; la storia dell’omosessuale, che ha subito violenze durante l’infanzia, al quale vengono trapiantati arti e organi umani per trasformarlo in una vera donna potrebbe anche sortire l’effetto opposto alle intenzioni degli autori.
La messa in scena è da filmettino horror-splatter dozzinale, con movimenti di camera “Final-Destination style” dal gusto sado-gore, in netta contrapposizione con quello che X-files è stato per anni e anni. La narrazione ne risulta macchinosa e artificiosa e il raffazzonato finale lascia un tremendo senso di incompiutezza: non una parola sulla sorte delle persone coinvolte nel misfatto, di nuovo un prolisso dialogo al tramonto con sottofondo musicale che rievoca atmosfere da filmetto romantico e una scena dopo i titoli di coda che vi spingerà a chiedere indietro i soldi del biglietto.
Sulla sceneggiatura era stato mantenuto il massimo riserbo, con speculazioni e rumor che si susseguivano a ritmi vertiginosi, fino all’uscita americana; una mossa commerciale che per certi versi ricorda quegli embarghi e divieti che vengono imposti ai giornalisti che vedono in anteprima il film, spesso per timore che la pellicola venga stroncata prima dell’uscita nelle sale, con conseguente ingente perdita di guadagno. A ragione i produttori di X-Files: Voglio Crederci hanno ben pensato di impedire che qualcuno potesse intuire la mediocrità di un prodotto così scadente; un thriller brutto che infastidirà gli appassionati di lunga data e che cancellerà dai “profani” ogni minima volontà di riscoprire un telefilm che ha segnato la storia della televisione e l’immaginario collettivo di una generazione.



Recensione a cura di Calcifer

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24.7.08

Il Cavaliere Oscuro

Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan, David S. Goyer
Cast: Christian Bale, Michael Caine, Heath Ledger, Gary Oldman, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman

I dati parlano chiaro: The Dark Knight era il film più atteso della stagione cinematografica. E finalmente è arrivato. Anche in Italia.


Ed è da uno dei timori più sentiti da parte dei fans italiani che vogliamo introdurre questa recensione: il doppiaggio. La paura c'era, soprattutto in relazione al Joker, che il pasticcio venisse fatto. E invece tutti sono rimasti a bocca (mezza) aperta, perchè Giannini si è cimentato in un impresa a dir poco proibitiva ed è riuscito a non deludere. Non che il suo lavoro renda alla perfezione la performance del compianto Ledger, beninteso (ma diciamocelo in tutta franchezza, chi ci sarebbe riuscito?), tuttavia il Joker terrorizza, inquieta, diverte. Anche in italiano. Quello che lascia realmente delusi è il calo qualitativo nel lavoro di Santamaria, il doppiatore di Bruce Wayne/Batman, che pure si era comportato discretamente nel bellissimo prequel, ma che in questa occasione non riesce a regalarci un doppiaggio quantomeno accettabile. Peccato. E peccato anche per qualche svarione come quello della ballerina russa dalla voce che ha fatto ridere migliaia di persone nel primo giorno di proiezioni. Per il resto siamo nella norma e tutto sommato non possiamo dichiararci delusi da questo adattamento in lingua italiana, che non è perfetto, ma nemmeno disastroso.
Detto questo passiamo all'analisi vera e propria del film che, lo diciamo subito a scanso di equivoci, è quanto di più diverso ci si potesse aspettare rispetto a Batman Begins (ogni paragone risulterebbe quindi fuorviante in fase di recensione).
Se già il contesto del prequel era estremamente realistico, in questo caso ci troviamo di fronte ad un prodotto talmente vicino a quelle che sono le dinamiche del genere poliziesco da farne un esemplare totalmente estraneo alle caratteristiche tipiche dei comic movie tanto diffusi negli ultimi anni. Potremmo anzi dire che il modo in cui viene resa la lotta al crimine è quanto di più realisticamente drammatico ci si potesse attendere. Anche la struttura filmica lo rende decisamente atipico, in particolare il montaggio frenetico, quasi convulso, che ci vede saltare da una situazione all'altra, da un luogo all'altro, da un personaggio all'altro, come a voler preannunciare quel caos equo che diventerà, nell'incedere della trama, una delle tematiche portanti del film (e conoscendo la coerenza di Nolan non abbiamo dubbi che la cosa si voluta).
In funzione di ciò la dualità è quindi il perno attorno al quale gira questa giostra complessa messa in piedi dal regista, una giostra che afferra gli spettatori e li fa girare vorticosamente permettendo loro di vedere di volta in volta una diversa facciata di quel grande luna park degli orrori che è Gotham. Ed è così che passiamo dalle crisi morali di Wayne/Batman (che è esso stesso un esempio di quella dualità) alla corruzione dilagante negli agenti di polizia, dalla lotta intelligente di Dent alle macchinazioni della mafia, da un criminale che inaspettatamente si rivela più umano della gente comune alla follia lucida e spietata di Joker.
Ed è di lui che vogliamo parlare. Perchè se già tutti sembravano saperlo, questa è la pronta conferma che il vero protagonista non è nessun altro. E' lui il marionettista che tende I fili della baracca, è lui la star, è lui quello che ti entra dentro. Lui è il cattivo per eccellenza e siamo sicuri di non esagerare nel dire che il cinema ha visto raramente, ma davvero raramente, un villain così carismatico e così ben caratterizzato ed interpretato. Già il modo in cui il personaggio viene fatto apparire lo rende particolarmente attraente, Joker compare e scompare, si prende gioco di tutti, buoni e cattivi, poliziotti e mafiosi. E a dirla tutta si prende gioco anche degli spettatori, ma diciamocelo, quanto è bello lasciarsi prendere in giro in tal modo... I colpi di scene migliori, quelli più eclatanti, sono organizzati da lui, anche quando tutto sembra andare per il meglio ci si rende conto che le cose stavano semplicemente andando come lui voleva. La sensazione è fin da subito quella di trovarsi di fronte a qualcosa di superiore, qualcosa che va al di la di tutto quello che abbiamo visto fino ad ora.
Dal punto di vista registico Nolan non delude, sebbene vi siano pochi combattimenti essi sono ben orchestrati e non se ne sente la carenza in virtù della natura del prodotto che, lo ripetiamo, ha poco a che spartire con gli altri esponenti del genere supereroistico. Un notevole contributo alla sensazione di sopraffazione che pervade l'opera, dall'inizio alla fine, è dato dalle buone musiche. Sempre presenti, incalzanti, infarcite della giusta dose di drammaticità che del resto caratterizza questa pellicola. Anche quando, nella parte finale, la sceneggiatura si divide, seguendo da una parte il Joker e dall'altra la sua creatura, non si rimane spaesati ma si assiste per l'ennesima volta a uno sdoppiamento, a una divisione che ben rappresenta il personaggio venutosi a creare e che è l'incarnazione di questo concetto. La fotografia è buona e si eleva a tratti in sprazzi di pura spettacolarità (basti pensare alle scene girate ad Hong Kong).
Per quanto riguarda le performance recitative del cast abbiamo già parlato della straordinaria prova di Ledger (l'unico rammarico è che non vedremo mai più un Joker così). Il solo che sembra soffrire di questa predominanza è proprio il Cavaliere Oscuro, ma questa sembra più una conseguenza di scelte in fase di sceneggiatura che un effettiva mancanza di Bale. Il resto degli attori si attesta su livelli medio alti, con una Gyllenhaal decisamente più decorosa della sostituita Holmes e con un Aaron Eckhart sorprendentemente performante nel doppio ruolo di Dent/Due Facce.
Possiamo concludere dicendo che tutti hanno fatto egregiamente la propria parte in un prodotto per il cinema che forse non sarà perfetto (si potrebbe comunque accusare la scelta di lasciare in secondo piano il personaggio che da il titolo al film, oppure qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte all'unica scena leggermente perbenista -che tuttavia si presta ad interessanti approfondimenti-) ma che senz'altro rimarrà per sempre nella storia della cinematografia, per svariati motivi.
Il principale dei quali è che, alla fine, quando si esce dalla sala, quando si torna alle proprie case, il suo sorriso e la sua folle malvagità sono ancora li di fronte a te, sembrano non volersene andare mai più, ti restano nel cuore e nella mente. E ci si rende conto che nonostante tutto, su tutto e su tutti il vero vincitore è sempre e soltanto lui: Joker. Heath.



Recensione a cura di Nosf

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4.7.08

Boogeyman 2 - Il ritorno dell'uomo nero

Regia: Jeff Betancourt
Sceneggiatura: Brian Sieve
Cast: Danielle Savre, Matthew Cohen, David Gallagher, Mae Withman, Tobin Bell

A pochi anni di distanza dal suo precedente capitolo, torna sul grande schermo la nemesi di tutti i nictofobici, ma sarebbe stato meglio se fosse rimasto nell’ombra.


Sono trascorsi dieci anni dagli eventi narrati nel primo film, ma Laura Potter e suo fratello Henry continuano a essere perseguitati dalle loro paure: il buio e il Boogeyman (l’uomo nero, ma va?!).
Mentre Laura sceglie di negare la sua paura, Henry inizia a frequentare un programma di cura presso una clinica specializzata per individui affetti da fobie “estreme”.

Quando esce dalla clinica, Henry rivela che intende lasciare la sua città per voltare pagina e dimenticare il suo doloroso passato trasferendosi a San Francisco.

Prima di abbandonarla al suo destino, Henry la incoraggia a seguire il suo esempio e a confrontarsi con il terribile ricordo dell’omicidio dei genitori, suggerendole di seguire anche lei una terapia, convinto che questa cura sia l’unico mezzo con cui Laura potrà superare i fantasmi del passato e cambiare vita.

Tuttavia una serie di strane coincidenze e fatalità porta alla morte tutti i pazienti della clinica, ognuno ucciso in maniera macabra.

Boogeyman è tornato.

Più che il ritorno dell’uomo nero, una tra le creature da "incubo" più ridicole degli ultimi anni, sarebbe da prendere in considerazione il ritorno della Ghost House Pictures che torna a mietere vittime (i poveri spettatori paganti, al solito bistrattati) a poco più di un mese di distanza dall’ultimo aborto prodotto (“Rise - La setta delle tenebre”, con protagonista una scialba Lucy Liu).
Una storia che non decolla, ma prima ancora non convince e non coinvolge, colpa soprattutto di una serie di risvolti narrativi ricchi di cliché e di un cast monoespressivo e costantemente affranto (paghe al minimo sindacale in agguato).

Per non parlare del ridicolo pretesto con cui ogni volta l’uomo nero [Sussulto] riesce a mietere le inermi vittime, che casualmente si trovano sempre nella condizione di essere uccise, dall’inetto padre ucciso mentre scende da una scala a pioli dopo aver sostituito una lampadina che si rivela essere invece fulminata alla masochista trovata legata al letto [Casualità] e immediatamente seviziata.

Tutta una serie di ridicole trovate che anziché tenere viva l’attenzione dello spettatore lo invitano ad una rilassante seduta sul proprio letto, riuscendo altresì a strappare un sorriso (obiettivo primario delle moderne produzioni horror).

In conclusione (perché onestamente, nonostante il film duri circa 90 minuti, ho esaurito qualsiasi argomento e anche il solo sparlarne, alla lunga, porta noia) l’ennesimo disastro prodotto da Raimi e soci, esportato qui nel bel paese in un periodo in cui difficilmente, negli altri anni, c’era qualcosa di interessante, ma tra “Hellboy: The golden army”, “Il cavaliere oscuro” e “Agente Smart” per quest’anno la situazione pare differente.
E se la uniche due note di rilievo della pellicola sono un Tobin Bell (“Saw - L’enigmista”) inversione inedita con barba canuta e l’omonimia del cognome del regista con quello di Ingrid Betancourt la dice lunga sulla qualità della pellicola.
Un inno al risparmio.
E il 18 attendiamo anche “Le morti di Ian Stone” dell’italianissimo Dario Piana.


Pazienza nel vedere questo scempio a carico di Svengali

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2.7.08

Wanted - Scegli il tuo destino

Regia: Timur Bekmambetov
Sceneggiatura:
Chris Morgan, Derek Haas, Michael Brandt

Cast:
James McAvoy, Angelina Jolie, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann


Da un’opera di Mark Millar arriva sul grande schermo l’ennesimo cinefumetto, lontano anni luce dall’opera originale e privo di una propria identità.


Wesley Gibson (McAvoy) è l’impiegato medio, anzi è qualcosa in meno, è un individuo anonimo, frustrato per la patetica esistenza che è costretto a vivere, divisa tra un lavoro logorante e per nulla gratificante e una donna che lo tradisce quotidianamente con il suo migliore amico.
Questo fino al giorno in cui incontra Fox (Jolie) e Sloan (Freeman), membri della confraternita del fato che da mille anni garantisce l’ordine nel mondo, che lo addestrano ad essere una macchina letale capace di compiere azioni al limite delle umane possibilità, col fine ultimo di uccidere il reietto Cross (Kretschmann) che ha tradito la confraternita.

Adattando alla bene e meglio la serie culto dello statunitense Mark Miller (edita qui da noi dalla Panini Comics), Timur Bekmambetov, che già aveva mostrato una certa predilezione per i temi fuori dall’ordinario nei suoi due precedenti lavori (“I guardiani della notte” e seguito, con terzo capitolo in uscita), realizza un adrenalinico film non esente da difetti, capace in ogni caso di mantenere viva l’attenzione dello spettatore p
er l’intera durata.
O quasi.
Perno del film il giovane James McAvoy, che continua a sorprendere dopo le due belle prove in “Espiazione” e “Starter for 10” (da noi inedito) e che nonostante non faccia dell’espressività il suo punto di forza (patetica la sua prova ne “L’ultimo re di Scozia”) riesce comunque a rendere vivo il personaggio di Wesley Gibson.
Lo affiancano un’avvenente Angelina Jolie, la belloccia di turno che ha il solo scopo di attrarre in sala il pubblico di sesso maschile, Morgan Freeman, che recita in 36 film l’anno per i canonici dieci minuti, ricoprendo molto spesso ruoli affini e caratterizzandoli sempre con la medesima, imbronciata, espressione, e Thomas Kretschmann, villain atipico e altra sorpresa della pellicola, nonostante le fugaci apparizioni, tra un barattolo di burro d’arachidi e una finestra socchiusa.
Si, perché l’algido sassone (che gradiremmo vedere più spesso in ruoli di maggior rilievo) si rivela personaggio ostico quanto evanescente, risultando paralizzato da una sceneggiatura che lo inquadra come “cattivo” di turno senza che gli sia mai dedicato il giusto spazio, ma riuscendo nonostante tutto a risultare incisivo e convincente.

Purtroppo, e qui arrivano le dolenti note, la sceneggiatura è il vero tallone d’Achille della produzione, mai incisiva né tanto meno innovativa (ma realizzare un buon prodotto senza che lo fosse sarebbe stato ugualmente possibile, oltre che plausibile) e soprattutto lontana anni luce dal concept originale di Millar e Jones.
La svolta intrapresa da Morgan, Haas e Brandt annulla completamente ogni metafora presente nell’originale e tralasciando completamente le critiche rivolte alla moderna società (oltre che cambiando i nomi di alcuni dei personaggi principali) vira verso una più facile e di sicuro impatto impronta action, strizzando l’occhio al recente “Shoot’em’up - Spara o muori” (fiasco ai botteghini immeritato) e agli exploitation movie che tanto successo riscossero negli anni settanta del secolo scorso (e dimenticate il finto citazionismo Tarantiniano con “A prova di morte”).
Ma anche confrontandolo con la pellicola diretta da Michael Davis, l’esordio hollywoodiano del russo Bekmambetov ne esce sconfitto, peccando di manie di grandezza e stremanti sessioni di allenamento per niente interessanti e ricche altresì di cliché, precludendogli quindi un qualsivoglia raffronto con il primo John Woo (quello dei due “A better tomorrow” e “Bullet in the head” tanto per intenderci) o con gli action “canonici”, che hanno fatto la storia (e la fortuna) del genere.
Un’esagerazione lunga 110 minuti che esalta il lato meramente visivo, messo in risalto ancor di più dalla bella fotografia di Mitchell Amundsen, che già con “Transformers” di Michael Bay aveva ottenuto risultati soddisfacenti, rallegra gli occhi con le grazie della Jolie in bella mostra e conferma il talento di McAvoy (e ce n’era bisogno), ma che nulla aggiunge al vasto panorama del genere.
Una volta tanto non basta scollegare il cervello e godersi una sana iniezione di testosterone, soprattutto quando il punto di partenza è un’opera di culto.
Rimandato (nonostante l’enorme successo riscosso in sala) con probabile seguito.
Piccola parte per Konstantin Khabensky, protagonista per il regista kazaco, de “I guardiani della notte” e “I guardiani del giorno”, mal sfruttato invece il poliedrico Terence Stamp che ricopre un piccolo ruolo in cui si limita a scimmiottare il classico pezzo mancante per la risoluzione di un enigma fin troppo prevedibile.


Recensione a cura di Svengali

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17.6.08

Import: Dead man's shoes

Regia: Shane Meadows

Sceneggiatura: Shane Meadows, Paddy Considine

Cast: Paddy Considine, Gary Stretch, Toby Kebell


Secondo film di Shane Meadows, autore inglese semi sconosciuto nel nostro paese.

Ingiustamente trascurato dalle leggi del marketing.



Richard, dopo anni trascorsi a servire l’esercito di sua maestà, torna a casa e scopre che il fratello è stato violentato da un branco di uomini senza scrupoli, privi di dignità.

Inizia allora la sua vendetta.

Un autore non molto prolifico Shane Meadows, ma ogni qualvolta si imbarca in un nuovo progetto riesce sempre a colpire nel segno.

Ogni sua opera si rivela come un pugno nello stomaco, evita infatti giri di parole e elucubrazioni varie, presentando la -triste- realtà ai nostri occhi di inermi spettatori, che non possiamo fare altro che limitarci ad osservare (e riflettere).

E’ il caso anche di “Dead man’s shoes”, storia di una torbida vendetta il cui compimento non lascerà alcun sapore dolce al povero Richard.

Meadows affronta il tema sopra citato utilizzando un soggetto poco convenzionale (basato su un numero esiguo di pagine, sono molte le improvvisazioni da parte degli attori) messo tuttavia in scena in maniera perfetta, alternando differenze cromatiche per le sequenze ambientate nel passato e quelle nel presente (il film è tutto girato in 16 mm), al punto tale da riuscire a far scorrere il tutto in maniera fluida e senza intoppi.

La peculiarità della pellicola è riscontrabile anche nella perfetta commistione di generi che la rendono differente dal classico revenge movie, largamente abusato e ricco di cliché, alternando sapientemente scene cruente, forti, ad altre di una dolcezza infinita.

Un po’ Rambo, tuttavia meno caciarone e più "umano" del suo predecessore d'oltreoceano, e un po’ angelo vendicatore, bestia senza scrupoli che non si ferma davanti a nulla, l'(anti)eroe è interpretato magistralmente da Paddy Considine (che con un altro film di Meadows, “A room for Romeo Brass”, aveva esordito), a cui bastano pochissime parole (ma moltissimi sguardi) per dare animo ad un personaggio grigio, costretto dai sensi di colpa per aver abbandonato il fratello alla mercé di una vita difficile, ancor più quando si è afflitti da un qualche handicap.

Non ci sono vie di mezzo, si passa da un'emozione a quella opposta in un breve lasso di tempo.

L'istinto, l'irruenza e la caparbietà fanno da traino (e ne sono contemporaneamente il fulcro) per l’intera storia.

Una vendetta servita fredda, lenta, un conto alla rovescia che porta ciascuno degli aguzzini a rivivere le sevizie fatte sul povero Anthony prima di perire per mano di Richard, un po’ come succedeva alla vedova nera di Truffaut (“La sposa in nero”), con l’auspicio che tutto ciò possa alleviare i suoi sensi di colpa, alternando i suoi due lati, quello umano e quello sadico, violento (e le sequenza con la maschera anti-gas sono già di culto).

Il cancro che si porta dentro lo spinge ad uccidere, ma non è un palliativo per il raggiungimento di un senso di pace che tarda ad arrivare e che probabilmente mai arriverà, se non compiendo gesti estremi, quanto meno lo aiuta a tenere a bada il dolore.

Punta il dito contro lo squallido perbenismo e l’indifferenza della periferia inglese Shane Meadows (le Midlands sono lo sfondo di una sua ipotetica trilogia, iniziata con “A room for Romeo Brass”, proseguita con “Once upon a time in the Midlands” e conclusasi proprio con questa pellicola), dove tutto è ancor più lecito che altrove, dallo spaccio di droga alle violenze sui disabili, e dove l’unica speranza è la rassegnazione (o la fuga).
A fare da contorno al tutto troviamo le belle musiche country-alternative e una splendida campagna inglese che avvolgono in un'aura magica la tragica vicenda, oltre alla fotografia di Daniel Cohen.

Presentato a Venezia ed inedito in Italia, sarebbe un bene riscoprire questo piccolo cult, che probabilmente mai vedremo qui da noi.



Recensione a cura di Svengali

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13.6.08

Recensione: E venne il giorno

Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura:
M. Night Shyamalan

Cast: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Deschanel, Betty Buckley, Ashlyn Sanchez

Il tanto atteso ritorno di M.Night Shyamalan, dopo il piacevole “Lady in the water”, si rivela un buco nell’acqua.



Una misteriosa tossina spinge le persone al suicidio, l’America è nel caos più totale, quello che all’apparenza sembrerebbe un attacco terroristico si rivela invece essere una “presa di posizione” da parte della natura.
Elliot Moore (Walhberg) e sua moglie Alma (Deschanel) cercano una via di fuga, nella speranza di poter ricostruire anche una vita coniugale ormai allo sbando.
La nuova pellicola del regista indiano, ormai trapiantato ad Hollywood, Shyamalan si rivela, a conti fatti, una grandissima delusione, sono parecchi infatti i fattori che ne hanno minato la qualità e ben pochi (quasi assenti) gli elementi degni di nota.
Innanzitutto la sceneggiatura, punto cardine delle sue precedenti produzioni, è un grossolano miscuglio di situazioni e personaggi già visti, che vanamente prova a puntare sull’originalità, ma a conti fatti nulla di trascendentale se si pensa che già nel 1963 Hitchcock e Hunter avevano trattato il medesimo argomento (ribellione delle “forze della natura” sostituendo alle piante, al centro dell’odierna pellicola, gli uccelli dell’omonimo titolo), o ancora Emmerich, un paio di anni fa, ci aveva propinato l'ennesimo film catastrofico a sfondo ambientalista (lì almeno era sano intrattenimento condito da effetti speciali all'avanguardia), ma in questo caso il tutto non riesce mai a coinvolgere pienamente lo spettatore.
Ad aggravare il tutto contribuiscono delle scelte narrative decisamente poco azzeccate e/o inspiegabili (la moglie turbata da qualcosa di sconosciuto appare costantemente con gli occhi sgranati e incapace di trasmettere emozioni, forse per giustificare la palese inespressività della Deschanel) e attori poco adatti ai loro ruoli (ridicolo il militare, inutile la nipote della coppia, messa lì tanto per fare numero).
Stranamente sorprende invece Mark Wahlberg, dopo la delusione dell’ultimo “Shooter” offre in questo caso una prova convincente, insieme a John Leguizamo (messo da parte dopo venti minuti), ma tanto non basta perché il film raggiunga quanto meno la sufficienza.
Ad un primo tempo pressoché ridicolo ne segue un secondo in cui si intravedono tutti gli elementi tipici del modo di far cinema di Shyamalan, dalle situazioni volutamente ironiche nei momenti meno attesi (anche se alcune sarebbero state meglio in un b-movie tanto sono tristi e squallide) al colpo di scena (in un certo senso meno telefonato che nelle precedenti produzioni, merito anche della colonna sonora, mediocre opera di James Newton Howard), ma è la deriva splatter a far storcere il naso.
Sinceramente è alquanto inutile mostrare gli inermi sventurati finire triturati da un tagliaerba o schiantati al suolo dopo un volo di trenta metri, alla pellicola non aggiungono nulla, non risultano convincenti e molto spesso annoiano (intorno a metà film è partito il toto scommesse su chi sarebbe stato il prossimo, nel raggio di tre metri da Mark Walhberg, a fare una pessima fine).
“E venne il giorno”, lungamente atteso, segna il punto più basso della sua filmografia, tocca parecchi argomenti senza riuscire ad approfondirne neanche uno, rimanendo sempre in bilico tra la storia d’amore (con rigoroso lieto fine) e il film di denuncia (ambientalista, che va tanto di moda ultimamente nella mecca del cinema), personaggi dai caratteri solamente abbozzati, una sceneggiatura per niente ispirata e delle musiche non eccelse sono gli elementi che affondano completamente la pellicola e la pongono di “diritto” tra le peggiori del 2008.
Degni di nota i venti minuti che precedono lo scialbo finale, registicamente e narrativamente perfetti (tanto da sembrare di vedere un altro film), ma non bastano per “salvarlo”.
Bocciato.



Recensione a cura di Svengali

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9.6.08

Import: Ritual

Regia: Hideaki Anno
Sceneggiatura: Ayako Fujitani, Hideaki Anno
Cast: Shunji Iwai, Ayako Fujitani

Film sperimentale e letteralmente stracolmo di simbolismi, Ritual è la seconda prova con attori in carne ed ossa per Hideaki Anno, il famoso creatore dell'anime cult Neon Genesis Evangelion.

Un prodotto di difficile collocazione, complesso da assimilare e da metabolizzare a motivo della costante (quasi ossessiva) ricerca da parte del cineasta di un linguaggio prettamente simbolico e metaforico che fa della struttura della regia e della messa in scena il suo punto di forza.
Un regista (i personaggi sono tutti senza nome) ritorna al suo paese d'origine, un cupo agglomerato industriale fatto di ciminiere e tralicci dell'alta tensione. Appena arrivato incontra una ragazza stesa sui binari della ferrovia. La ragazza è strana, molto. Forse per questo il regista, che ne è potentemente affascinato, prova ad entrare nel suo mondo, un mondo creato ad hoc dalla mente della giovane donna il cui obbiettivo è erigere una barriera, o meglio un rifugio dentro il quale nascondersi, dentro il quale proteggersi da tutto ciò che può potenzialmente ferire emotivamente. La ragazza vive in un universo irreale e atemporale (ogni giorno è quello precedente al suo compleanno, ad esempio) scandito da ossessioni e rituali che trovano un parallelismo e significato rispettivamente nel passato e nel presente (ma non nel futuro che viene ripetutamente e (in)volontariamente annullato) della protagonista. Il suo passato emergerà poco a poco durante la visione e assumerà le forme di un cupo e intimo dramma familiare, un dramma che giustificherà il comportamento, spesso imprevedibile, della giovane donna di fronte all'elemento nuovo e destabilizzante costituito dal regista che diventa lentamente e inevitabilmente (nonostante un continuo, cieco ma infine inutile rifiuto) uno strumento di introspezione che la costringerà a fare i conti col proprio passato e a colmare quel vuoto siderale creatosi nel suo animo. Questa è senz'altro la prima (ma non unica), palese chiave di lettura che traspare dalla visione.
L'attrice che impersona questo complesso e affascinante personaggio è la figlia di Steven Segal (si, avete capito bene) Ayako Fujitani, autrice anche del romanzo dal quale è tratto il film, che si cimenta in un interpretazione, forse inaspettatamente, di altissimo livello. Ma non è certamente da meno il protagonista maschile, il regista che viene interpretato da un reale professionista della cinematografia nipponica moderna nella sua prima e fino ad ora unica (ma speriamo non ultima) prova da attore, Shunji Iwai (Love Letter, All About Lily Chou-Chou).
Ed è proprio affrontando la visione dal punto di vista del personaggio maschile che si evince un ulteriore (e a parere di chi scrive ancor più interessante) chiave di lettura contenuta in questa articolata opera cinematografica.
E' davvero difficile pensare che la scelta di un vero regista per questo ruolo sia frutto del semplice caso, sicuramente diventa impossibile pensarlo nel momento in cui il personaggio sullo schermo impugna una videocamera e inizia a filmare, e le immagini diventano magicamente quelle che lui stesso inizia a riprendere. Dal momento in cui questo avviene il regista (quello vero) si lancia in una riflessione filosofica sul significato del cinema stesso, sul suo rapporto con la realtà. Ed ecco che la presenza di Iwai sul set assume un significato nuovo e imprescindibile, essendo evidente che il personaggio da lui interpretato non ha nome perchè non ha bisogno di essere identificato in nessun altro che non sia Iwai stesso (e chiaramente Hideaki Anno che si rispecchia fin troppo bene nel suo connazionale).
La struttura filmica è decisamente particolare e viene scandita da un conto alla rovescia in cui i giorni di un intero mese passano fino al fatidico momento in cui il simbolico guscio della ragazza si frantumerà e la realtà entrerà prepotentemente a far parte della sua vita con tutto il dolore che ne deriva, ma anche con la speranza di un futuro più sereno. Durante la visione due voci fuori campo (una maschile e una femminile) esternano riflessioni di notevole profondità che danno maggior spessore all'intero film. La regia è molto ricercata ed efficace e si avvale in certe sequenze di un modesto utilizzo della CG che dona, in questo caso, un aspetto quasi surreale alle suddette immagini. Le musiche struggenti contribuiscono enormemente nel toccare le corde più intime dello spettatore, e il pezzo finale di Cocco che accompagna una bellissima ripresa su un cielo blu (in aperto contrasto con la cupezza generale dell'opera) chiude degnamente un prodotto cinematografico complesso e fascinoso, intenso e, sebbene non adatto a chiunque, di indubbio spessore e valore artistico.


Recensione a cura di Nosf

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8.6.08

Recensione Cinecult: La Via Lattea

Regia: Luis Bunuel
Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Luis Bunuel
Cast: Paul Frankeur, Laurent Terzieff, Bernard Varley, Michel Piccoli, Jean Claude Carrière,
Anno di Produzione: 1966
Titolo originale: La voie lactée

Bunuel imbastisce una paradossale carrellata di personaggi per parlare di Dio, della religione e del messaggio di Cristo secondo il suo inconfondibile stile surreale.



Il cammino di Santiago, una strada percorsa da migliaia di pellegrini ogni anno, dal medioevo.
Una strada sacra, antica, che conduce al monastero di San Giacomo.
Santiago de “compostella”, questo il nome del luogo dove riposano i resti del santo: campo di stelle, secondo la leggenda.
Campo di stelle, come una galassia.
Da qui, il titolo, “la via lattea”.
La via lattea, la nostra galassia, si, ma anche e soprattutto, una via, appunto, che conduce attraverso il sacro ed il profano, una rotta confusa, misteriosa e dotta, occulta ed eretica.Questo è “La via Lattea” film del maestro Luis Bunuel. Un pellegrinaggio, in realtà un pretesto per parlare di Dio, della fede, della mistica. Del cristianesimo, di Cristo, del dogma, dell’eresia.
Due mendicanti sono sul cammino di Santiago, si chiamano Pierre (Pietro) e Jean (Giovanni). Percorreranno la via sacra, compiranno il loro pellegrinaggio sotto una strana stella.
Un uomo, distinto ma come d’altri tempi, con un mantello ed un cappello a cilindro nero ed altissimo consegnerà loro una moneta d’oro e si congederà con una profezia: i due incontreranno una prostituta e da lei avranno due figli: “Tu non sei il mio Popolo” e “non più Misericordia” i nomi che a questi dovranno dare.
La via per Santiago sarà un viaggio surreale, spesso onirico, una carrellata intrigante e sorprendente su una serie di figure ambigue, spesso insani, improbabili, sempre seducenti, interessanti.
Dal prete da manicomio che discute della transustanseazione, al capo cameriere che disserta con i suoi sottoposti delle nature del Cristo; dal Vescovo Priscilliano di Avila ad un Gesù mai così umano, passando per visioni, teofanie, duelli dogmatici e fanatismi.
Un carnascialesco scorrere di eventi, apparentemente non legati tra di loro, girato con gusto e sapienza, mai stancante, mai noioso, verboso o lezioso. È delicato, Bunuel, intelligente, colto, e il film ha un ritmo fantastico, riesce nei suoi intenti stranianti ed un po’ paideutici a colpire lo spettatore ad interrogarlo; a far luce sulle contraddizioni della dottrina cristiana, sulle sue esasperazioni, sulle sue eresie.
Bunuel vuole parlare di Cristo. Vuole parlare del suo messaggio, della sua umanità. È un cristo, quello che il maestro ci mostra, che ha fratelli, che ride, che mangia e beve, che sente quasi il peso di essere “figlio di Dio”. I suoi miracoli sono speranze, illusioni, sogni forse.E la chiesa ha travisato il suo messaggio, l’ha pervertito. E la perversione ha portato i fanatismi e le perversioni più grandi: come quella di Priscilliano, vescovo di Avila (probabilmente sono suoi i resti del presunto San Giacomo, riesumati dopo secoli di segregazione e per caso, verso la fine dell’800) che officiava orge di purificazione, poiché l’uomo, ovvero la sua anima, reclusa dal corpo doveva essere liberata offendendo quest’ultimo oltre ogni misura, attraverso il peccato della carne.
Il sesso come via per la purificazione dell’anima attraverso la mortificazione del corpo.
O fanatismi, come quello della suora che volendo seguire il cristo nel dolore della carne e dello spirito, si fa crocefiggere in chiesa. E anche su questo, magari Bunuel scherza, sadicamente, essendo chiaramente a conoscenza delle voci che vogliono Gesù sfuggito alla crocefissione, sostituito proprio da quel San Giacomo, suo fratello di sangue.
O ancora, questa perversione porta al rifiuto, alla negazione di Cristo e di Dio. Come per il marchese de Sade che, irato, digrignando sibila: “Ah se Dio esistesse, quanto lo odierei!”O forse, alla pazzia più vera, clinica, come il prete che, contraddetto, dà di matto e viene riportato in manicomio dall’ambulanza.Ma “la via lattea” non è solo questo. È anche una profonda riflessione sul potere, incarnato dal demonio, “operaio mai in sciopero” probabile riferimento al regime Franchista. Una riflessione sull’uomo sulla sua umanità tradita, ferita, perversa da un credo pervertito e stanco. La storia dei due studenti, Rodolfo e Francesco, segnata prima dalla visione della Madonna e poi dalla presenza costante ed invadente di un dotto prete che spiegherà loro fatti riguardo il matrimonio, la fede e le eresie sulla madre del cristo è forse a vessillo di questo tema.
Il film, inoltre, è strettamente segnato da un’ottica alchemica; lo stesso “compostella” è il titolo di un volume del secolo XIII attribuito a Bonaventura da Iseo e la stessa cittadina di Santiago fu meta di pellegrinaggio di illustri alchimisti come Raimondo Lullo e Nicolas Flamel, probabilmente attirati lì dal sincretismo religioso che vi albergava ed alla pesante influenza della tradizione sapienziale ermetica.
Come ermetici sono i riferimenti al dualismo umano, alle eresie di priscilliano, alla teosi.Anche l’immagine del cristo è cara ad una interpretazione eminentemente apocrifa, gnostica per lo più, influenzata dai ritrovamenti papiracei di Qumran e Nag Hammadi.
E Pierre e Jean? Che fine avranno fatto?
Pierre e jean rappresentano forse proprio Pietro e Giovanni. L’uno, continuatore (e deturpatore) del messaggio di Cristo dimentico di quella misericordia professata da “colui che verrà a portare la spada” (Mt 10, 34); l’altro prosecutore del credo messianico tipico della cultura giudaico cristiana che quel messia “eretico”, uomo, che Bunuel vuole tratteggiare, ha cercato di recidere definitivamente con quella spada, che è venuta a portare.
Forse è questo il messaggio più importante de “la via lattea”, magari quello meno nascosto, il meno “ermetico”.
Ma certamente non l’unico.

Non ego haereticus sum, sed ille qui Papae titulum sibi assumpsit.


Recensione a cura di Assurbanipal


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Recensione: Tropa de elite - Gli squadroni della morte

Regia: José Padilha
Sceneggiatura: Bràulio Mantovani, José Padilha, Rodrigo Pimental
Cast:
Wagner Moura, Caio Junqueira, André Ramiro, Fernanda Machado


Da un libro verità la sconvolgente vita nelle favelas brasiliane vista attraverso gli occhi dei membri del BOPE.


Pochi mesi prima della visita di Papa Giovanni Paolo II in Brasile, nel 1997, la Polizia Militare e il BOPE operano per garantire al pontefice sogni tranquilli.
Le vite di tre uomini, Nascimento (Moura), Neto (Junqueira) e Matias (Ramiro), si incroceranno irrimediabilmente tra le intricate vie delle favelas, in cui il sangue scorre più dell’acqua.
La pellicola di Padilha (già regista del documentario “Bus 174” sul sequestro del 2002), vincitrice dell’Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino, è la perfetta antitesi al film di Fernando Mereilles che nel 2002 aveva narrato in maniera sapiente la genesi della criminalità organizzata nelle favelas di Rio de Janeiro (“City of god”).

Al centro della sceneggiatura (Mantovani è coinvolto in entrambe i progetti), tratta dall'omonimo libro scritto da un ex membro delle forze speciali, i membri del BOPE (Batalhão de Operações Policias Especiais), ristrettissima cerchia di uomini addestrati a gestire le situazioni più intricate e modello per le forze speciali del mondo intero, un manipolo di uomini (sono circa un centinaio) capaci di affrontare grazie ad una ferrea preparazione gli eserciti che pullulano le baraccopoli di tutto il Brasile.
Un prodotto dal forte impatto visivo, in cui i momenti di tensione non mancano (quasi) mai e l’attenzione dello spettatore è sempre catalizzata da sequenze crude, girate molto spesso con telecamera a spalla per star dietro agli uomini col teschio, e dialoghi serrati, che poco spazio lasciano all’immaginazione, il tutto agevolato dalla fotografia di Lula Carvalho (“City of god”) dal forte impatto visivo.

L’intera vicenda si snoda intorno alle vite di tre uomini, un capitano del BOPE, Nascimento (un bravo e freddo Wagner Moura), completamente assorbito dal suo lavoro al punto da trascurare la sua famiglia anche nel giorno in cui viene al mondo suo figlio, Neto
, assetato di azione e desideroso di portare la legge nelle favelas, e André Matias, diviso tra l’amore per una donna e la BOPE.
Capita di identificarsi con i protagonisti (soprattutto quando si ritrovano a mostrare il loro lato umano, fatto di sensi di colpa e dolori lancinanti) nonostante la loro caratterizzazione sia molto superficiale e la sceneggiatura in alcuni frangenti risulti alquanto lacunosa (tutta la parte centrale della pellicola è al limite del soporifero, si salva solo la parte dell’addestramento), e probabilmente era l’obiettivo primario della produzione quello di garantire un forte senso di immedesimazione (parafrasando, nella mezz’ora centrale il colpo di sonno non viene solamente a Matias).

Il maggior pregio di “Tropa de elite” è quello di non voler lanciare messaggio alcuno, senza alcun falso moralismo, presenta esattamente le cose come stanno: la polizia è corrotta, nelle favelas l’ordine è mantenuto dal Comando e la BOPE è una sorta di setta che più che amministrare giustizia, o meglio oltre ad amministrare la giustizia, decide chi debba vivere e chi no, utilizzando molto spesso metodi brutali e poco ortodossi.
Mancano le emozioni di Buscapé, i sorrisi di Bené o la follia di Zé Pequeno (Baiano, colui che “amministra” la favela di è solo una povera macchietta senza né arte né parte, ad uso e consumo del volere delle divise nere), ma quello era un altro film.
Con ottimi attori e ben girato, racconta senza giri di parole la violenza efferata, la corruzione dei poliziotti (e del sistema tutto) e l'ipocrisia dell'elite carioca che da un lato protesta contro la violenza, mentre dall'altro chiude gli occhi e svuota le sue tasche pur di metter le mani sulle stesse droghe che la provocano.

L’eterno dilemma (“Il fine giustifica i mezzi”) trova pratica applicazione nella pellicola, dove pare lecito (per non dire obbligatorio) utilizzare metodi non convenzionali per situazioni al di fuori dell’ordinaria routine.
Si lascia guardare con la premessa di scendere a patti con la sceneggiatura e non attendersi nulla di diverso da un crudo spaccato di vita quotidiana che ha poco da raccontare ma molto da mettere in mostra.


Recensione a cura di Svengali

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6.6.08

Recensione: Chiamata senza risposta

Regia: Eric Valette

Sceneggiatura: Andrew Klavan

Cast: Shannyn Sossamon, Edward Burns, Ray Wise, Rhoda Griffis, Raegan Lamb


Remake (e si, un altro) a stelle e strisce del j-horror targato Takashi Miike.



Quando alcuni suoi amici muoiono in circostanze misteriose dopo aver ricevuto sul cellulare un messaggio che gli annunciava l’ora esatta della loro morte, la giovane Beth Raymond (Sossamon) si rivolge alla polizia nella speranza di riuscire a far luce sulla questione e salvare le vite di altri suoi amici, ma nessuno è però disposto a credere quanto racconta, tranne il detective Andrews (Burns). Beth e Andrews cercheranno assieme di venire a capo del mistero. Ma la catena di messaggi mortali non sembra essere stata interrotta.

La fiera del qualunquismo e dei luoghi comuni.

Altre espressioni per descrivere “Chiamata senza risposta” non esistono.

Libero adattamento dall’originale giapponese firmato Takashi Miike (ma la produzione ha ben pensato di citare solo il racconto di Yasushi Akimoto, “Chakushin ari”, salvo poi contraddirsi nei titoli di coda citando l’omonimo film), la pellicola di Eric Valette (che in “Maléfique” del 2002 aveva svolto un lavoro quanto meno sufficiente) è un’accozzaglia di tutti gli stereotipi possibili e immaginabili riscontrabili nei film di genere, dalla bambina indemoniata, alla liaison giusto accennata tra il solito poliziotto che non ha nulla da perdere, Edward Burns (vederlo recitare è come pretendere che ogni giorno piovano rane dal cielo), e la giovane e sventurata ragazza, Shannyn Sossamon (abbonata agli horror scadenti, ci aveva già deliziato col pessimo “Catacombs”), da una sceneggiatura imbarazzante (per non dire banale) ad una serie di comprimari che non ha nulla da invidiare al cast di “AvP2” (e probabilmente non è un caso che Johnny Lewis reciti in entrambe le pellicole).

Dell’originale datato 2003 conserva solo alcuni elementi, quali l’inesorabile incedere verso una morte preannunciata e a cui è impossibile porre rimedio e la sequela di morti accidentalmente troppo forzate.

Se già il film di Miike risultava una commistione di tematiche poco riuscite (gli stessi elementi, per sommi capi, li si può riscontrare anche in “Phone”, “Ringu”, “Ju-On”, oltre che nell’occidentale “Final destination”), ancor di più in questo remake (al solo scopo, per stessa ammissione del suo sceneggiatore, di avvicinare il pubblico occidentale a tematiche prettamente orientali) non si trova una ragion d’essere se non la “commerciabilità” fine a sé stessa (non è un caso che sia uscito a ridosso delle festività natalizie, qui da noi nel periodo caldo dove la gente non va’ al cinema o se lo fa non bada a quel che vede).

Molto spesso “Chiamata senza risposta” si trova a fare il verso ai cari b-movie (la scena ambientata nella chiesa raggiunge, e probabilmente supera, vette di comicità inattese), risultando privo di momenti di tensione (l’unico brivido possibile è quello che si prova pensando al tempo e ai soldi spesi per vedere il film) e arricchito da pessimi effetti digitali.

Di fronte ad orrori (badate bene, non horror) come questo parlarne male è fin troppo semplice, ma fare altrimenti sarebbe stato impossibile.

L’unico elemento degno di nota è la suoneria che segna il destino dei poveri sfortunati, il che la dice lunga.

Cameo non accreditato per la lynchiana Laura Harring (è la madre di Beth).

Da dimenticare.



Recensione a cura di Svengali

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