Regia: Chris Carter
Sceneggiatura: Frank Spotnitz, Chris Carter
Cast: Gillian Anderson, David Duchovny, Amanda Peet, Bill Connolly, Xbzit
A dieci anni dalla prima iterazione cinematografica di una delle più importanti serie televisive di tutti i tempi, tornano al cinema gli agenti Mulder e Scully.
E la scusa dell’uscita nelle sale troppo prossima al “mattatore” dell’industria cinematografica di quest’estate 2008, quel “The Dark Knight” che sta frantumando record su record, non regge: il terzo episodio de “La Mummia” ha guadagnato quanto avevano guadagnato i due predecessori. Inoltre, come sottolineato dal “collega” ColinMckenzie di BadTaste.it, un calo degli incassi al secondo weekend del 60 % significa che il film è stato poco apprezzato e che le sue sorti economiche sono state funestate da un passaparola negativo.
Leggittimo, X-Files: Voglio Crederci è un film pessimo.
Rispondendo al quesito in apertura di recensione, sembra già assurdo di per sè inimicarsi una buona fetta degli aficionados del serial TV optando per una trama da “filler” (puntate slegate o legate debolmente alla trama principale), figuriamoci costruire una pellicola su un plot buono tuttal’più per un porno-omosex, senza neanche l’ombra di un solido elemento paranormale che non siano le visioni di un prete pedofilo castrato.
I Want to Believe vorrebbe prima di tutto essere un buon thriller, ma non ci riesce; in primis, la volontà dell’autore di porsi come demiurgo onniscente risulta essere nociva alla suspense e alla capacità di suscitare interesse nello spettatore; del resto chi vuole sorbirsi 2 ore di film su un’indagine di cui si conosce il colpevole sin dal primo quarto d’ora ?
Se poi lo script è pieno di buchi di sceneggiatura, incoerenze e banalità assortite - con occasionali risvolti comici che ci si aspetterebbe dai siparietti della Gialappa’s - la soglia dell’attenzione cala paurosamente.
Il rapporto “odi et amo” tra Mulder e Scully viene esplicato tramite scambi di battute lunghi e noiosi del quale spesso e volentieri si ignorano le finalità narrative; stupisce la superficialità con il quale l’FBI indaga sulla scomparsa dei due agenti, dando fiducia e ampie risorse a un perfetto sconosciuto farneticante, salvo poi tacciarlo di inattendibilità quando questi dimostra di non essere un lestofante; addirittura viene lasciato libero di delinquere quando è ormai chiaro che il soggetto in questione abbia un legame non indifferente con gli indiziati. Impossibile glissare sulla ridicola (e mal esplicata) escamotage con il quale viene sbrogliata l’indagine: perché mai un funzionario della sanità in servizio (incensurato peraltro), addetto al trasporto d’organi espiantati, dovrebbe essere fermato dalle forze dell’ordine ?
Strapperanno più di un sorriso – si ride per non piangere, intendiamoci - le banalissime allegorie religiose e di stampo complottistico; neanche gli autori di Scary Movie erano stati capaci di inquadrare la foto del presidente Bush con il sottofondo musicale dell’inquietante tema principale di X-Files. Va da sè che il modo in cui vengono affrontate tematiche delicate come religione e violenze su minori, e ancor di più la rozzezza di alcuni dialoghi ad esse relativi, lascia interdetti.
Se il compito della caratterizzazione dei due protagonisti viene lasciata alle 9 stagioni del serial TV, con sommo smarrimento di chi il telefilm neanche l’ha adocchiato distrattamente (ma si sa, Voglio Crederci è un prodotto prima di tutto destinato agli aficionados di X-Files), i personaggi di contorno sono di un piattume avvilente, specie gli agenti interpretati dal rapper Xbzit, capace di ostentare un’unica espressione facciale “corrucciata” per l’intera durata del film, e da Amanda Peet: fuori luogo e stranianti le attenzioni neanche troppo velate che il personaggio da lei interpretato rivolge a quello di David Duchovny, assurda (e girata neanche fosse un filmaccio horror splatter di serie z) la sua dipartita. Si sente la mancanza di un villain carismatico e con moventi solidi: quelli dell’allegra brigata di chirurghi e infermieri russi francamente sono buoni per trame da libricino Harmony-per-gay rilette in chiave frankensteiniana; la storia dell’omosessuale, che ha subito violenze durante l’infanzia, al quale vengono trapiantati arti e organi umani per trasformarlo in una vera donna potrebbe anche sortire l’effetto opposto alle intenzioni degli autori.La messa in scena è da filmettino horror-splatter dozzinale, con movimenti di camera “Final-Destination style” dal gusto sado-gore, in netta contrapposizione con quello che X-files è stato per anni e anni. La narrazione ne risulta macchinosa e artificiosa e il raffazzonato finale lascia un tremendo senso di incompiutezza: non una parola sulla sorte delle persone coinvolte nel misfatto, di nuovo un prolisso dialogo al tramonto con sottofondo musicale che rievoca atmosfere da filmetto romantico e una scena dopo i titoli di coda che vi spingerà a chiedere indietro i soldi del biglietto.
Sulla sceneggiatura era stato mantenuto il massimo riserbo, con speculazioni e rumor che si susseguivano a ritmi vertiginosi, fino all’uscita americana; una mossa commerciale che per certi versi ricorda quegli embarghi e divieti che vengono imposti ai giornalisti che vedono in anteprima il film, spesso per timore che la pellicola venga stroncata prima dell’uscita nelle sale, con conseguente ingente perdita di guadagno. A ragione i produttori di X-Files: Voglio Crederci hanno ben pensato di impedire che qualcuno potesse intuire la mediocrità di un prodotto così scadente; un thriller brutto che infastidirà gli appassionati di lunga data e che cancellerà dai “profani” ogni minima volontà di riscoprire un telefilm che ha segnato la storia della televisione e l’immaginario collettivo di una generazione.
21.8.08
X-Files: Voglio Crederci
24.7.08
Il Cavaliere Oscuro
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan, David S. Goyer
Cast: Christian Bale, Michael Caine, Heath Ledger, Gary Oldman, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman
I dati parlano chiaro: The Dark Knight era il film più atteso della stagione cinematografica. E finalmente è arrivato. Anche in Italia.
Detto questo passiamo all'analisi vera e propria del film che, lo diciamo subito a scanso di equivoci, è quanto di più diverso ci si potesse aspettare rispetto a Batman Begins (ogni paragone risulterebbe quindi fuorviante in fase di recensione).
Se già il contesto del prequel era estremamente realistico, in questo caso ci troviamo di fronte ad un prodotto talmente vicino a quelle che sono le dinamiche del genere poliziesco da farne un esemplare totalmente estraneo alle caratteristiche tipiche dei comic movie tanto diffusi negli ultimi anni. Potremmo anzi dire che il modo in cui viene resa la lotta al crimine è quanto di più realisticamente drammatico ci si potesse attendere. Anche la struttura filmica lo rende decisamente atipico, in particolare il montaggio frenetico, quasi convulso, che ci vede saltare da una situazione all'altra, da un luogo all'altro, da un personaggio all'altro, come a voler preannunciare quel caos equo che diventerà, nell'incedere della trama, una delle tematiche portanti del film (e conoscendo la coerenza di Nolan non abbiamo dubbi che la cosa si voluta).
In funzione di ciò la dualità è quindi il perno attorno al quale gira questa giostra complessa messa in piedi dal regista, una giostra che afferra gli spettatori e li fa girare vorticosamente permettendo loro di vedere di volta in volta una diversa facciata di quel grande luna park degli orrori che è Gotham. Ed è così che passiamo dalle crisi morali di Wayne/Batman (che è esso stesso un esempio di quella dualità) alla corruzione dilagante negli agenti di polizia, dalla lotta intelligente di Dent alle macchinazioni della mafia, da un criminale che inaspettatamente si rivela più umano della gente comune alla follia lucida e spietata di Joker.
Ed è di lui che vogliamo parlare. Perchè se già tutti sembravano saperlo, questa è la pronta conferma che il vero protagonista non è nessun altro. E' lui il marionettista che tende I fili della baracca, è lui la star, è lui quello che ti entra dentro. Lui è il cattivo per eccellenza e siamo sicuri di non esagerare nel dire che il cinema ha visto raramente, ma davvero raramente, un villain così carismatico e così ben caratterizzato ed interpretato. Già il modo in cui il personaggio viene fatto apparire lo rende particolarmente attraente, Joker compare e scompare, si prende gioco di tutti, buoni e cattivi, poliziotti e mafiosi. E a dirla tutta si prende gioco anche degli spettatori, ma diciamocelo, quanto è bello lasciarsi prendere in giro in tal modo... I colpi di scene migliori, quelli più eclatanti, sono organizzati da lui, anche quando tutto sembra andare per il meglio ci si rende conto che le cose stavano semplicemente andando come lui voleva. La sensazione è fin da subito quella di trovarsi di fronte a qualcosa di superiore, qualcosa che va al di la di tutto quello che abbiamo visto fino ad ora.
Dal punto di vista registico Nolan non delude, sebbene vi siano pochi combattimenti essi sono ben orchestrati e non se ne sente la carenza in virtù della natura del prodotto che, lo ripetiamo, ha poco a che spartire con gli altri esponenti del genere supereroistico. Un notevole contributo alla sensazione di sopraffazione che pervade l'opera, dall'inizio alla fine, è dato dalle buone musiche. Sempre presenti, incalzanti, infarcite della giusta dose di drammaticità che del resto caratterizza questa pellicola. Anche quando, nella parte finale, la sceneggiatura si divide, seguendo da una parte il Joker e dall'altra la sua creatura, non si rimane spaesati ma si assiste per l'ennesima volta a uno sdoppiamento, a una divisione che ben rappresenta il personaggio venutosi a creare e che è l'incarnazione di questo concetto. La fotografia è buona e si eleva a tratti in sprazzi di pura spettacolarità (basti pensare alle scene girate ad Hong Kong).
Per quanto riguarda le performance recitative del cast abbiamo già parlato della straordinaria prova di Ledger (l'unico rammarico è che non vedremo mai più un Joker così). Il solo che sembra soffrire di questa predominanza è proprio il Cavaliere Oscuro, ma questa sembra più una conseguenza di scelte in fase di sceneggiatura che un effettiva mancanza di Bale. Il resto degli attori si attesta su livelli medio alti, con una Gyllenhaal decisamente più decorosa della sostituita Holmes e con un Aaron Eckhart sorprendentemente performante nel doppio ruolo di Dent/Due Facce.
Possiamo concludere dicendo che tutti hanno fatto egregiamente la propria parte in un prodotto per il cinema che forse non sarà perfetto (si potrebbe comunque accusare la scelta di lasciare in secondo piano il personaggio che da il titolo al film, oppure qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte all'unica scena leggermente perbenista -che tuttavia si presta ad interessanti approfondimenti-) ma che senz'altro rimarrà per sempre nella storia della cinematografia, per svariati motivi.
Il principale dei quali è che, alla fine, quando si esce dalla sala, quando si torna alle proprie case, il suo sorriso e la sua folle malvagità sono ancora li di fronte a te, sembrano non volersene andare mai più, ti restano nel cuore e nella mente. E ci si rende conto che nonostante tutto, su tutto e su tutti il vero vincitore è sempre e soltanto lui: Joker. Heath.
4.7.08
Boogeyman 2 - Il ritorno dell'uomo nero
Regia: Jeff Betancourt
Sceneggiatura: Brian Sieve
Cast: Danielle Savre, Matthew Cohen, David Gallagher, Mae Withman, Tobin Bell
Sono trascorsi dieci anni dagli eventi narrati nel primo film, ma Laura Potter e suo fratello Henry continuano a essere perseguitati dalle loro paure: il buio e il Boogeyman (l’uomo nero, ma va?!).
Mentre Laura sceglie di negare la sua paura, Henry inizia a frequentare un programma di cura presso una clinica specializzata per individui affetti da fobie “estreme”.
Quando esce dalla clinica, Henry rivela che intende lasciare la sua città per voltare pagina e dimenticare il suo doloroso passato trasferendosi a San Francisco.
Prima di abbandonarla al suo destino, Henry la incoraggia a seguire il suo esempio e a confrontarsi con il terribile ricordo dell’omicidio dei genitori, suggerendole di

Tuttavia una serie di strane coincidenze e fatalità porta alla morte tutti i pazienti della clinica, ognuno ucciso in maniera macabra.
Boogeyman è tornato.
Più che il ritorno dell’uomo nero, una tra le creature da "incubo" più ridicole degli ultimi anni, sarebbe da prendere in considerazione il ritorno della Ghost House Pictures che torna a mietere vittime (i poveri spettatori paganti, al solito bistrattati) a poco più di un mese di distanza dall’ultimo aborto prodotto (“Rise - La setta delle tenebre”, con protagonista una scialba Lucy Liu).
Una storia che non decolla, ma prima ancora non convince e non coinvolge, colpa soprattutto di una serie di risvolti narrativi ricchi di cliché e di un cast monoespressivo e costantemente affranto (paghe al minimo sindacale in agguato).
Per non parlare del ridicolo pretesto con cui ogni volta l’uomo nero [Sussulto] riesce a mietere le inermi vittime, che casualmente si trovano sempre nella condizione di essere uccise, dall’inetto padre ucciso mentre scende da una scala a

Tutta una serie di ridicole trovate che anziché tenere viva l’attenzione dello spettatore lo invitano ad una rilassante seduta sul proprio letto, riuscendo altresì a strappare un sorriso (obiettivo primario delle moderne produzioni horror).
In conclusione (perché onestamente, nonostante il film duri circa 90 minuti, ho esaurito qualsiasi argomento e anche il solo sparlarne, alla lunga, porta noia) l’ennesimo disastro prodotto da Raimi e soci, esportato qui nel bel paese in un periodo in cui difficilmente, negli altri anni, c’era qualcosa di interessante, ma tra “Hellboy: The golden army”, “Il cavaliere oscuro” e “Agente Smart” per quest’anno la situazione pare differente.
E se la uniche due note di rilievo della pellicola sono un Tobin Bell (“Saw - L’enigmista”) inversione inedita con barba canuta e l’omonimia del cognome del regista con quello di Ingrid Betancourt la dice lunga sulla qualità della pellicola.
Un inno al risparmio.
E il 18 attendiamo anche “Le morti di Ian Stone” dell’italianissimo Dario Piana.
Pazienza nel vedere questo scempio a carico di Svengali
2.7.08
Wanted - Scegli il tuo destino
Regia: Timur Bekmambetov
Sceneggiatura: Chris Morgan, Derek Haas, Michael Brandt
Cast: James McAvoy, Angelina Jolie, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann
Da un’opera di Mark Millar arriva sul grande schermo l’ennesimo cinefumetto, lontano anni luce dall’opera originale e privo di una propria identità.
Adattando alla bene e meglio la serie culto dello statunitense Mark Miller (edita qui da noi dalla Panini Comics), Timur Bekmambetov, che già aveva mostrato una certa predilezione per i temi fuori dall’ordinario nei suoi due precedenti lavori (“I guardiani della notte” e seguito, con terzo capitolo in uscita), realizza un adrenalinico film non esente da difetti, capace in ogni caso di mantenere viva l’attenzione dello spettatore per l’intera durata.
Perno del film il giovane James McAvoy, che continua a sorprendere dopo le due belle prove in “Espiazione” e “Starter for 10” (da noi inedito) e che nonostante non faccia dell’espressività il suo punto di forza (patetica la sua prova ne “L’ultimo re di Scozia”) riesce comunque a rendere vivo il personaggio di Wesley

Si, perché l’algido sassone (che gradiremmo vedere più spesso in ruoli di maggior rilievo) si rivela personaggio ostico quanto evanescente, risultando paralizzato da una sceneggiatura che lo inquadra come “cattivo” di turno senza che gli sia mai dedicato il giusto spazio, ma riuscendo nonostante tutto a risultare incisivo e convincente.
Purtroppo, e qui arrivano le dolenti note, la sceneggiatura è il vero tallone d’Achille della produzione, mai incisiva né tanto meno innovativa (ma realizzare un buon prodotto senza che lo fosse sarebbe stato ugualmente possibile, oltre che plausibile) e soprattutto lontana anni luce dal concept originale di Millar e Jones.
La svolta intrapresa da Morgan, Haas e Brandt annulla completamente ogni metafora presente nell’originale e tralasciando completamente le critiche rivolte alla moderna società (oltre che cambiando i nomi di alcuni dei personaggi principali) vira verso una più facile e di sicuro impatto impronta action, strizzando l’occhio al recente “Shoot’em’up - Spara o muori” (fiasco ai botteghini immeritato) e agli exploitation movie che tanto successo riscossero negli anni settanta del secolo scorso (e dimenticate il finto citazionismo Tarantiniano con “A prova di morte”).
Ma anche confrontandolo con la pellicola diretta da

Un’esagerazione lunga 110 minuti che esalta il lato meramente visivo, messo in risalto ancor di più dalla bella fotografia di Mitchell Amundsen, che già con “Transformers” di Michael Bay aveva ottenuto risultati soddisfacenti, rallegra gli occhi con le grazie della Jolie in bella mostra e conferma il talento di McAvoy (e ce n’era bisogno), ma che nulla aggiunge al vasto panorama del genere.
Una volta tanto non basta scollegare il cervello e godersi una sana iniezione di testosterone, soprattutto quando il punto di partenza è un’opera di culto.
Rimandato (nonostante l’enorme successo riscosso in sala) con probabile seguito.
Piccola parte per Konstantin Khabensky, protagonista per il regista kazaco, de “I guardiani della notte” e “I guardiani del giorno”, mal sfruttato invece il poliedrico Terence Stamp che ricopre un piccolo ruolo in cui si limita a scimmiottare il classico pezzo mancante per la risoluzione di un enigma fin troppo prevedibile.
13.6.08
Recensione: E venne il giorno
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Cast: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Deschanel, Betty Buckley, Ashlyn Sanchez
Il tanto atteso ritorno di M.Night Shyamalan, dopo il piacevole “Lady in the water”, si rivela un buco nell’acqua.
Elliot Moore (Walhberg) e sua moglie Alma (Deschanel) cercano una via di fuga, nella speranza di poter ricostruire anche una vita coniugale ormai allo sbando.
La nuova pellicola del regista indiano, ormai trapiantato ad Hollywood, Shyamalan si rivela, a conti fatti, una grandissima delusione, sono parecchi infatti i fattori che ne hanno minato la qualità e ben pochi (quasi assenti) gli elementi degni di nota.
Innanzitutto la sceneggiatura, punto cardine delle sue precedenti produzioni, è un grossolano miscuglio di situazioni e personaggi già visti, che vanamente prova a puntare sull’originalità, ma a conti fatti nulla di trascendentale se si pensa che già nel 1963 Hitchcock e Hunter avevano trattato il medesimo argomento (ribellione delle “forze della natura” sostituendo alle piante, al centro dell’odierna pellicola, gli uccelli dell’omonimo titolo), o ancora Emmerich, un paio di anni fa, ci aveva propinato l'ennesimo film catastrofico a sfondo ambientalista (lì almeno era sano intrattenimento condito da effetti speciali all'avanguardia), ma in questo caso il tutto non riesce mai a coinvolgere pienamente lo spettatore.
Ad aggravare il tutto contribuiscono delle scelte narrative decisamente poco azzeccate e/o inspiegabili (la moglie turbata da qualcosa di sconosciuto appare costantemente con gli occhi sgranati e incapace di trasmettere emozioni, forse per giustificare la palese inespressività della Deschanel) e attori poco adatti ai loro ruoli (ridicolo il militare, inutile la nipote della coppia, messa lì tanto per fare numero).
Stranamente sorprende invece Mark Wahlberg, dopo la delusione dell’ultimo “Shooter” offre in questo caso una prova convincente, insieme a John Leguizamo (messo da parte dopo venti minuti), ma tanto non basta perché il film raggiunga quanto meno la sufficienza.
Ad un primo tempo pressoché ridicolo ne segue un secondo in cui si intravedono tutti gli elementi tipici del modo di far cinema di Shyamalan, dalle situazioni volutamente ironiche nei momenti meno attesi (anche se alcune sarebbero state meglio in un b-movie tanto sono tristi e squallide) al colpo di scena (in un certo senso meno telefonato che nelle precedenti produzioni, merito anche della colonna sonora, mediocre opera di James Newton Howard), ma è la deriva splatter a far storcere il naso.
Sinceramente è alquanto inutile mostrare gli inermi sventurati finire triturati da un tagliaerba o schiantati al suolo dopo un volo di trenta metri, alla pellicola non aggiungono nulla, non risultano convincenti e molto spesso annoiano (intorno a metà film è partito il toto scommesse su chi sarebbe stato il prossimo, nel raggio di tre metri da Mark Walhberg, a fare una pessima fine).
“E venne il giorno”, lungamente atteso, segna il punto più basso della sua filmografia, tocca parecchi argomenti senza riuscire ad approfondirne neanche uno, rimanendo sempre in bilico tra la storia d’amore (con rigoroso lieto fine) e il film di denuncia (ambientalista, che va tanto di moda ultimamente nella mecca del cinema), personaggi dai caratteri solamente abbozzati, una sceneggiatura per niente ispirata e delle musiche non eccelse sono gli elementi che affondano completamente la pellicola e la pongono di “diritto” tra le peggiori del 2008.
Degni di nota i venti minuti che precedono lo scialbo finale, registicamente e narrativamente perfetti (tanto da sembrare di vedere un altro film), ma non bastano per “salvarlo”.
Bocciato.
8.6.08
Recensione: Tropa de elite - Gli squadroni della morte
Regia: José Padilha
Sceneggiatura: Bràulio Mantovani, José Padilha, Rodrigo Pimental
Cast: Wagner Moura, Caio Junqueira, André Ramiro, Fernanda Machado
Da un libro verità la sconvolgente vita nelle favelas brasiliane vista attraverso gli occhi dei membri del BOPE.
Le vite di tre uomini, Nascimento (Moura), Neto (Junqueira) e Matias (Ramiro), si incroceranno irrimediabilmente tra le intricate vie delle favelas, in cui il sangue scorre più dell’acqua.
La pellicola di Padilha (già regista del documentario “Bus 174” sul sequestro del 2002), vincitrice dell’Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino, è la perfetta antitesi al film di Fernando Mereilles che nel 2002 aveva narrato in maniera sapiente la genesi della criminalità organizzata nelle favelas di Rio de Janeiro (“City of god”).
Al centro della sceneggiatura (Mantovani è coinvolto in entrambe i progetti), tratta dall'omonimo libro scritto da un ex membro delle forze speciali, i membri del BOPE (Batalhão de Operações Policias Especiais), ristrettissima cerchia di uomini addestrati a gestire le situazioni più intricate e modello per le forze speciali del mondo intero, un manipolo di uomini (sono circa un centinaio) capaci di affrontare grazie ad una ferrea preparazione gli eserciti che pullulano le baraccopoli di tutto il Brasile.
Un prodotto dal forte impatto visivo, in cui i momenti di tensione non mancano (quasi) mai e l’attenzione dello spettatore è sempre catalizzata da sequenze crude, girate molto spesso con telecamera a spalla per star dietro agli uomini col teschio, e dialoghi serrati, che poco spazio lasciano all’immaginazione, il tutto agevolato

L’intera vicenda si snoda intorno alle vite di tre uomini, un capitano del BOPE, Nascimento (un bravo e freddo Wagner Moura), completamente assorbito dal suo lavoro al punto da trascurare la sua famiglia anche nel giorno in cui viene al mondo suo figlio, Neto, assetato di azione e desideroso di portare la legge nelle favelas, e André Matias, diviso tra l’amore per una donna e la BOPE.
Capita di identificarsi con i protagonisti (soprattutto quando si ritrovano a mostrare il loro lato umano, fatto di sensi di colpa e dolori lancinanti) nonostante la loro caratterizzazione sia molto superficiale e la sceneggiatura in alcuni frangenti risulti alquanto lacunosa (tutta la parte centrale della pellicola è al limite del soporifero, si salva solo la parte dell’addestramento), e probabilmente era l’obiettivo primario della produzione quello di garantire un forte senso di immedesimazione (parafrasando, nella mezz’ora centrale il colpo di sonno non viene solamente a Matias).
Il maggior pregio di “Tropa de elite” è quello di non voler lanciare messaggio alcuno, senza alcun falso moralismo, presenta esattamente le cose come stanno: la polizia è corrotta, nelle favelas l’ordine è mantenuto dal Comando e la BOPE è una sorta di setta che più che amministrare

Mancano le emozioni di Buscapé, i sorrisi di Bené o la follia di Zé Pequeno (Baiano, colui che “amministra” la favela di è solo una povera macchietta senza né arte né parte, ad uso e consumo del volere delle divise nere), ma quello era un altro film.
Con ottimi attori e ben girato, racconta senza giri di parole la violenza efferata, la corruzione dei poliziotti (e del sistema tutto) e l'ipocrisia dell'elite carioca che da un lato protesta contro la violenza, mentre dall'altro chiude gli occhi e svuota le sue tasche pur di metter le mani sulle stesse droghe che la provocano.
L’eterno dilemma (“Il fine giustifica i mezzi”) trova pratica applicazione nella pellicola, dove pare lecito (per non dire obbligatorio) utilizzare metodi non convenzionali per situazioni al di fuori dell’ordinaria routine.
Si lascia guardare con la premessa di scendere a patti con la sceneggiatura e non attendersi nulla di diverso da un crudo spaccato di vita quotidiana che ha poco da raccontare ma molto da mettere in mostra.
6.6.08
Recensione: Chiamata senza risposta
Regia: Eric Valette
Sceneggiatura: Andrew Klavan
Cast: Shannyn Sossamon, Edward Burns, Ray Wise, Rhoda Griffis, Raegan Lamb
Remake (e si, un altro) a stelle e strisce del j-horror targato Takashi Miike.
Quando alcuni suoi amici muoiono in circostanze misteriose dopo aver ricevuto sul cellulare un messaggio che gli annunciava l’ora esatta della loro morte, la giovane Beth Raymond (Sossamon) si rivolge alla polizia nella speranza di riuscire a far luce sulla questione e salvare le vite di altri suoi amici, ma nessuno è però disposto a credere quanto racconta, tranne il detective Andrews (Burns). Beth e Andrews cercheranno assieme di venire a capo del mistero. Ma la catena di messaggi mortali non sembra essere stata interrotta.
La fiera del qualunquismo e dei luoghi comuni.
Altre espressioni per descrivere “Chiamata senza risposta” non esistono.
Libero adattamento dall’originale giapponese firmato Takashi Miike (ma la produzione ha ben pensato di citare solo il racconto di Yasushi Akimoto, “Chakushin ari”, salvo poi contraddirsi nei titoli di coda citando l’omonimo film), la pellicola di Eric Valette (che in “Maléfique” del 2002 aveva svolto un lavoro quanto meno sufficiente) è un’accozzaglia di tutti gli stereotipi possibili e immaginabili riscontrabili nei film di genere, dalla bambina indemoniata, alla liaison giusto accennata tra il solito poliziotto che non ha nulla da perdere, Edward Burns (vederlo recitare è come pretendere che ogni giorno piovano rane dal cielo), e la giovane e sventurata ragazza, Shannyn Sossamon (abbonata agli horror scadenti, ci aveva già deliziato col pessimo “Catacombs”), da una sceneggiatura imbarazzante (per non dire banale) ad una serie di comprimari che non ha nulla da invidiare al cast di “AvP2” (e probabilmente non è un caso che Johnny Lewis reciti in entrambe le pellicole).
Dell’originale datato 2003 conserva solo alcuni elementi, quali l’inesorabile incedere verso una morte preannunciata e a cui è impossibile porre rimedio e la sequela di morti accidentalmente troppo forzate.
Se già il film di Miike risultava una commistione di tematiche poco riuscite (gli stessi elementi, per sommi capi, li si può riscontrare anche in “Phone”, “Ringu”, “Ju-On”, oltre che nell’occidentale “Final destination”), ancor di più in questo remake (al solo scopo, per stessa ammissione del suo sceneggiatore, di avvicinare il pubblico occidentale a tematiche prettamente orientali) non si trova una ragion d’essere se non la “commerciabilità” fine a sé stessa (non è un caso che sia uscito a ridosso delle festività natalizie, qui da noi nel periodo caldo dove la gente non va’ al cinema o se lo fa non bada a quel che vede).
Molto spesso “Chiamata senza risposta” si trova a fare il verso ai cari b-movie (la scena ambientata nella chiesa raggiunge, e probabilmente supera, vette di comicità inattese), risultando privo di momenti di tensione (l’unico brivido possibile è quello che si prova pensando al tempo e ai soldi spesi per vedere il film) e arricchito da pessimi effetti digitali.
Di fronte ad orrori (badate bene, non horror) come questo parlarne male è fin troppo semplice, ma fare altrimenti sarebbe stato impossibile.
L’unico elemento degno di nota è la suoneria che segna il destino dei poveri sfortunati, il che la dice lunga.
Cameo non accreditato per la lynchiana Laura Harring (è la madre di Beth).
Da dimenticare.
Recensione a cura di Svengali
Week-end in sala (6 - 8 Giugno)
Il consueto appuntamento con la rubrica settimanale che vi tiene informati sulle uscite in sala.
Magro week-end quello che inizia oggi per gli amanti del cinema, sono solo cinque infatti i film in uscita e nessuno pare avere il potenziale per attrarre ingenti quantità di pubblico.
Bratz: Dalle omonime bambole con le labbra al silicone, l’adattamento cinematografico firmato Sean McNamara.
Quattro adolescenti frequentano la stessa scuola, provenienti da estrazioni sociali differenti hanno in comune una insana passione per la moda.
Sulla loro strada si piazza la preside della scuola, contraria al loro andare costantemente controcorrente.
Chiamata senza risposta: Remake del j-horror realizzato da Takashi Miike (“Ichi the killer”) nel 2003.
Una maledizione sembra colpire un gruppo di ragazzi che ricevono un messaggio vocale che l’informa dell’ora esatta in cui moriranno.
La giovane Beth indaga insieme al detective Andrews, toccato dalla perdita della sorella per via delle stesse ragioni.
Dirige l’Eric Valette di “Maléfique”, nel cast Shannyn Sossamon e Edward Burns.
Tropa de elite - Gli squadroni della morte: La dura vita dei membri del BOPE, le forze speciali della polizia brasiliana, ogni giorno a rischio della propria vita e molto spesso costretti all’uso delle armi da fuoco.
Da un libro-verità il film di José Padilha, presente già a Berlino 2008.
L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza: Siamo nel 1970, Mauro ha un sogno nel cassetto, quello di vedere il Brasile alzare nuovamente al cielo la coppa del mondo, ma è costretto anche a fare i conti con la partenza improvvisa dei suoi genitori, noti attivisti politici, che lo lasciano a casa del nonno, senza essere a conoscenza della sua dipartita.
Mauro sarà così costretto ad affrontare una situazione più grande di lui.
Anche questo a Berlino, però nel 2007.
Quando tutto cambia: Helen Hunt dirige e interpreta questa romantica commedia al fianco di Colin Firth.
La vita di April, placida insegnante di Philadelphia, è sconvolta da una serie di tragici eventi, dall’abbandono del marito alla morte della madre, per poi scoprire che la stessa era in realtà la madre adottiva, la ricomparsa della vera madre che dopo anni di silenzio prova a rimediare agli errori commessi.
Anche per questa settimana è tutto, non rimane altro da fare che augurarvi buona visione.
Appuntamento al prossimo Venerdì.
1.6.08
Recensione: Sex and the City
Regia: Michael Patrick King
Sceneggiatura: Michael Patrick King
Cast: Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Kristin Davis, Cynthia Nixon, Chris Noth
Ci sono voluti diversi anni per convincere le quattro protagoniste di una delle serie di maggior successo degli ultimi anni a tornare nei panni dei personaggi che le hanno rese celebri.
A scrivere e girare il film è stato chiamato Michael Patrick King, considerato il miglior sceneggiatore e regista della serie, che sotto la guida di Darren Star si è imbarcato nel difficile compito di adattare questa "settima stagione" al grande schermo.
Si, perchè il film comincia proprio da dove era terminata la sesta, bellissima, stagione e poco importa che siano passati quattro anni: dopo un romantico "salvataggio", Carrie e Big sono tornati (per l'ennesima volta) insieme; Charlotte è felicemente sposata, con figlia adottiva cinese a carico; Miranda idem ma con figlio "naturale" e vive a Brooklin (la nuova Manhattan [cit.]) e Samantha si è trasferita a Hollywood con il suo ragazzo, giovane divo

Il film è appunto strutturato come se fosse una normale stagione televisiva, e così troveremo l'abituale divisione in stagioni (letteralmente), con l'autunno che segna la rottura degli equilibri delle coppie e la primavera che costituisce il rtitorno della tranquillità (ma il lieto fine non sarà riservato a tutti...).
Questa estrema schematicità costituisce sia il punto di forza che quello debole del film.
Se da un lato, infatti, il feeling del serial viene ricreato alla perfezione, con la quasi incessante voce fuoricampo di Carrie, l'attenzione che si sposta regolarmente da una protagonista all'altra (dando comunque molto più spazio a quest'ultima) e le ambientazioni classiche della serie (sfilate di moda, alberghi lussuosi e soprattutto l'ormai celebre appartamento della protagonista), dall'altro, i 140 minuti di durata sono davvero eccessivi per una commedia e il meccanismo rischia di stancare, risultando inevitabilmente ripetitivo e annacquato.
Per fortuna il talento di King è rimasto invariato e sebbene la sua penna si sia notevolmente ammorbidita, riesce ancora a sorprendere lo spettatore con situazioni riuscitissime, spesso esilaranti e altre volte più drammatiche e intense, grazie anche alla bravura (e al coraggio) delle interpreti.
Per cercare di aggiungere qualche nuovo ingrediente all'impasto collaudato della seire, viene introdotto un nuovo personaggio: l'assistente di Carrie (Jennifer Hudson, oscar per

Viene da chiedersi se ci fosse davvero bisogno di un'operazione (commerciale, diranno i più) del genere.
La risposta, personalmente, è sì: se da un lato il film non aggiunge assolutamente niente(le riflessione sull'età che avanza, i problemi di coppia, l'impossibilità di costruire un legame duraturo erano stati già amiamente trattati nella serie), dall'altro va considerato che nel desolante panorama che ci viene offerto dalla (defunta) commedia americana da diversi anni a questa parte, fatto di trame banali, personaggi stereotipati e totale mancanza di coraggio e inventiva (salvando alcune produzioni "indipendenti"), Sex and the City è una boccata di ossigeno per un genere che ormai ha trovato rifugio sul piccolo schermo (con gioielli come Desperate Housewives, My name is Earl, Arrested development e lo stesso Sex and the City).
31.5.08
Recensione: In Bruges - La coscienza dell'assassino
Regia: Martin McDonagh Sceneggiatura: Martin McDonagh
Cast: Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, Jordan Prentice, Clémence Poésy
A metà tra strada tra un noir ed una black commedy, convince abbondantemente il primo lungometraggio del premio oscar per il corto “Six Shooter”.
Dopo aver commesso un tragico errore due killer, Ray e Ken, vengono inviati dal loro capo, Harry, in vacanza forzata a Bruges, in Belgio.
Inizialmente contrari al soggiorno in un luogo così freddo e isolato, finiranno per rinsaldare il loro rapporto, ammirare le bellezze della città e trovare il vero amore.
Tutto questo fino a quando Ken non riceve da Harry l’ordine di uccidere Ray.
Bruges è talmente bella che sembra uscita da una favola, tutte quelle cattedrali gotiche, i canali, la nebbia ghiacciata che la rende onirica, irreale.
Insomma tutte quelle cose che a Ray non vanno per niente a genio.
Primo film di Martin McDonagh (oscar 2006 per il miglior cortometraggio in live action), che sceneggia e dirige un noir solido, a metà strada tra il cinismo di “Non è un paese per vecchi” e le derive splatter-trash care a Quentin Tarantino, ma non manca lo humour da black comedy tipico delle produzioni inglesi recenti (“Lock & Stock” e “Snatch” su tutte) seppure i ritmi di montaggio sono completamente agli antipodi.
Il successo del film è da riscontrare oltre che nella sceneggiatura anche nei due interpreti, affiatati e pienamente calati nella parte, da un lato il giovane Farrell (che non brilla certo per espressività e capacità recitative, ma che in questo frangente, mistero della fede, risulta più che convincente), un disincantato Ray, che si perde nelle uniche grazie che Bruges riesce ad offrirgli, quelle femminili, dall’altro il navigato Brendan Gleeson (uno che al successo è arrivato in ritardo e che riesce sempre a dare quel tocco personale al film), un Ken kitsch e al contempo serioso, che apprezza la cultura artistica più della cultura degli omicidi.
Oltre al duo trovano posto anche un nano (Jordan Prentice), preso in prestito a David Lynch, capace di intavolare discorsi razzisti su future guerre tra bianchi e neri (e tra nani bianchi e nani neri) e costantemente sotto l’effetto di chetamina e acidi, e una ladra-spacciatrice (Clémence Poésy), che finisce per innamorarsi di Ray (e farlo innamorare di lei) e che ha un ex ragazzo che gira con pistole caricate a salve, si finge skinhead ma è solo una “femminuccia”.
Senza dimenticarsi ovviamente del nevrotico Harry (Ralph Fiennes), capo dei due killer, affetto probabilmente da coprolalia e ispirato fino all’ultimo da rigidi principi morali.
Lo humour nero, di cui la pellicola è satura, non risulta mai fastidioso, anzi è un piacevole diversivo fra i momenti di riflessione del duo, persi tra un quadro di Hieronymus Bosch e un giro in barca tra i canali, che finiscono per incanalare i loro discorsi sempre -inaspettatamente- sul rispetto della vita, su come sia possibile conciliare il proprio lavoro (in fin dei conti sono assassini) con il quieto vivere e il rispetto per la altrui persona, riflettendo sull’aldilà e sui concetti di peccato e di perdono, sul destino.
Le musiche, bellissime, sono di Carter Burwell, colui che ha curato la colonna sonora anche di “Non è un paese per vecchi” e di “Onora il padre e la madre”, note struggenti, cariche di tensione, che accompagnano alla perfezione l’intera pellicola.
L’unica nota stonata della pellicola (altrimenti pressoché perfetta) è Ralph Fiennes, poco convincente, appare stanco e fuori forma, perso nella stessa nebbia che il suo personaggio decanta incessantemente nelle chiacchierate telefoniche con Ken.
Si sarebbe potuto concludere nel più classico dei modi, con il programmatico scontro finale tra il “buono” Ray e il “cattivo” Harry, ma fino all’ultimo il beffardo destino gioca un brutto scherzo e la storia, storia di principi e ideali, sembra ripetersi.
Una piacevole sorpresa.
Da tenere d’occhio Martin McDonagh.
Recensione a cura di Svengali