12.4.08

Recensione CineCult: La vita è bella

Regia: Roberto Benigni
Sceneggiatura: Roberto Benigni, Vincenzo Cerami
Cast: Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Giorgio Cantarini

Il capolavoro di Roberto Benigni, trionfo di critica e pubblico, premiato anche con l'Oscar per il miglior film.

“La vita è bella”, diretto da Roberto Benigni nel 1997, ha ottenuto un grandissimo successo sia di critica che di pubblico al momento della sua uscita in sala ed è stato inoltre premiato nel 1999 con 3 premi Oscar: miglior attore, miglior film straniero e migliore colonna sonora. Il ruolo del protagonista è interpretato dallo stesso Benigni mentre sua moglie, Nicoletta Braschi, ricopre il ruolo di co-protagonista.
Giorgio Cantarini è il figlio della coppia.
Le musiche sono invece del rinomato compositore romano Nicola Piovani.
Siamo alla fine degli anni Trenta, le leggi antirazziali italiane deportano intere famiglie di ebrei nei campi di concentramento: a Guido (Benigni), sua moglie Dora (Braschi) e loro figlio Giosuè (Cantarini) tocca la stessa amara sorte.
Il papà racconta al figlio, per non fargli vivere gli orrori e le efferatezze del nazismo, che stanno per fare un bel gioco il cui obiettivo è quello di non essere espulsi dal campo fino ad ottenere un punteggio di 1000 punti e potranno così vincere un magnifico carro armato.
Alla fine il papà viene ucciso.
Il bambino torna davvero a casa su un carro armato alleato.
Benigni ha sicuramente realizzato, con “La vita è bella”, una riflessione del tutto originale sull’Olocausto, ma sarebbe ingiusto non rilevare come il suo sguardo non sia rivolto solo al passato: mentre ci parla della seconda guerra mondiale ci ricorda che gli orrori sussistono ancora oggi, all’interno ma anche all’esterno di eventi bellici.
All'intera vicenda fa da sfondo la tragedia dell'Olocausto, mentre i rapporti familiari sono l'elemento di coesione che permette a tutti e tre i protagonisti di non perdere il contatto con la realtà.
La pellicola si può formalmente dividere in due parti distinte e separate: la prima incentrata sul personaggio di Guido/Benigni, con sentimenti antifascisti nel cuore, e del suo innamorarsi per la “principessa” Dora (memorabile e romanticamente buffo nei colloqui con Nicoletta Braschi al suono della “Barcarola” di Hoffmann); la seconda caratterizzata dalla quasi totale predominanza della figura del piccolo Giosuè e della lotta del padre per fuorviarlo dagli orrori del Lager (come nel più divertente dei giochi non sussistono né dispiaceri né spargimenti di sangue, tutto si regge sulla comica figura del novello Buster Keaton che in un crescendo di pantomima e ilarità si porta via tutti i dissapori della guerra).
Se la prima parte è intrisa di uno spiccato senso comico, cosa che riesce alla perfezione all'istrionico attore/autore, antiteticamente, la seconda fa dei toni drammatici il suo cavallo di battaglia.
Comico e drammatico si intersecano nel corso narrativo dell'intera opera e se precedentemente dichiaravamo una netta demarcazione tra una prima e una seconda parte è impossibile non constatare come anche ciò che è comico (la sfilata in braghe sui banchi della scuola ne è un eloquente esempio) risulti inevitabilmente drammatico (quando il bambino chiede al padre perché nei negozi sia vietato l'ingresso agli ebrei questi rimane completamente spiazzato e privo di parole) e viceversa ciò che è drammatico risulta al contempo comico (nel momento della morte Guido si “abbandona” al delirio da slapstick puro) in una parabola della vita e della famiglia in cui convivono armoniosamente amore, sentimenti, odio e dolore.
Un vero peccato che nel finale Benigni e Cerami (il co-sceneggiatore) abbiano fortemente enfatizzato i toni drammatici impuntandosi sulla ricerca della lacrima facile.
Benigni ha colto un grandissimo successo sorretto da una sceneggiatura dai temi forti, anche se fortemente abusati (nello stesso periodo usciva infatti “Schindler's list” di Steven Spielberg, tra i tanti), e da un forte senso per ciò che è "reale" (temi riproposti poi, con scarso successo, nei suoi lavori successivi).


Recensione a cura di Svengali

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