6.4.08

Recensione: La zona

Regia: Rodrigo Plà
Sceneggiatura: Rodrigo Plà, Laura Santullo
Cast:
Daniel Tovar, Maribel Verdù, Mario Zaragoza, Alan Chàvez, Carlos Bardem

Presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia, il thriller co-prodotto da Spagna e Messico non ha potuto contare su una buona distribuzione, ma questo non ha influito certo sulla qualità della pellicola.

La Zona è un quartiere benestante nel centro di Città del Messico.
A dire il vero lì non sanno neanche cosa voglia dire “Messico”, sembra uno dei tanti quartieri colmi di ville come quelli che si possono trovare nelle città della costa americana.
Soldi, benessere e un grosso muro a separarli da tutta la “sporcizia” che inquina il resto della città/nazione. Hanno persino un loro statuto speciale.
Le cose cambiano quando tre ladri si introducono nella Zona per rubare.
Due di loro vengono uccisi, ma il terzo, il giovane Miguel (Chàvez), riesce a fuggire non si sa dove, rimanendo sempre confinato nella Zona.
Non potendo contattare la polizia, pena la revoca dei privilegi ottenuti, gli abitanti decidono di farsi giustizia da soli e vendicare la morte dell'anziana donna barbaramente uccisa.
Inizia così una caccia all’uomo in cui le considerazioni di natura morale e le disparità economico-sociali vengono messe da parte, alla stregua di animali orde di uomini si aggirano per i vicoli bui dei quartieri, alla ricerca di un quindicenne la cui unica colpa è quella di aver voluto un po’ di più da una vita meschina, che lo ha relegato a figlio della plebe.
Dal lato opposto della barricata c’è Alejandro (Tovar), uno dei tanti ragazzi che frequenta l’agiata scuola della Zona e che ha la (s)fortuna di trovare Miguel nascosto nel suo scantinato.
Deciso prima ad ucciderlo, poi a consegnarlo agli altri e infine a salvargli la vita, consapevole di non fare nulla di sbagliato, anzi tutto il contrario.
Rodrigo Plà dirige un film ricco di tensione, una sorta di “Il fuggitivo” privo di spie e eroi, ma colmo di gente comune, annebbiata dall’ovattato piccolo rifugio che si è creata, in cui non si scontrano soltanto uomini/bestie, ma anche due dicotomici concetti, quello di libertà e quello di prigionia, perché se è vero che Alejandro è libero di vivere in maniera dignitosa è pur vero che è prigioniero in un recinto (il giovane Diego si interroga su cosa rispondere al figlio quando gli chiederà perché vivono chiusi tra quattro mura), e così Miguel è libero di girare per il mondo (ma i parenti al nord non li raggiunge per non abbandonare la madre), ma è anche prigioniero della sua condizione sociale che non gli permette di muoversi.
Entrambe i destini sono segnati e a nulla serviranno ravvedimenti e amori nel momento in cui i “diversi” mondi arrivano a scontrarsi.
Peccato solo per la superficialità con cui vengano trattati i vari personaggi e per il finale “dilatato” (si vede ben oltre quello che si vorrebbe/dovrebbe vedere) che rovina il senso di disagio che permeava l’intero film, ma rimane una pellicola dal sicuro, e forte, impatto emotivo e di indiscussa qualità.
Al solito qui in Italia è stato snobbato (o quasi).
Bello e invisibile.


Recensione a cura di Svengali

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