4.7.08

Boogeyman 2 - Il ritorno dell'uomo nero

Regia: Jeff Betancourt
Sceneggiatura: Brian Sieve
Cast: Danielle Savre, Matthew Cohen, David Gallagher, Mae Withman, Tobin Bell

A pochi anni di distanza dal suo precedente capitolo, torna sul grande schermo la nemesi di tutti i nictofobici, ma sarebbe stato meglio se fosse rimasto nell’ombra.


Sono trascorsi dieci anni dagli eventi narrati nel primo film, ma Laura Potter e suo fratello Henry continuano a essere perseguitati dalle loro paure: il buio e il Boogeyman (l’uomo nero, ma va?!).
Mentre Laura sceglie di negare la sua paura, Henry inizia a frequentare un programma di cura presso una clinica specializzata per individui affetti da fobie “estreme”.

Quando esce dalla clinica, Henry rivela che intende lasciare la sua città per voltare pagina e dimenticare il suo doloroso passato trasferendosi a San Francisco.

Prima di abbandonarla al suo destino, Henry la incoraggia a seguire il suo esempio e a confrontarsi con il terribile ricordo dell’omicidio dei genitori, suggerendole di seguire anche lei una terapia, convinto che questa cura sia l’unico mezzo con cui Laura potrà superare i fantasmi del passato e cambiare vita.

Tuttavia una serie di strane coincidenze e fatalità porta alla morte tutti i pazienti della clinica, ognuno ucciso in maniera macabra.

Boogeyman è tornato.

Più che il ritorno dell’uomo nero, una tra le creature da "incubo" più ridicole degli ultimi anni, sarebbe da prendere in considerazione il ritorno della Ghost House Pictures che torna a mietere vittime (i poveri spettatori paganti, al solito bistrattati) a poco più di un mese di distanza dall’ultimo aborto prodotto (“Rise - La setta delle tenebre”, con protagonista una scialba Lucy Liu).
Una storia che non decolla, ma prima ancora non convince e non coinvolge, colpa soprattutto di una serie di risvolti narrativi ricchi di cliché e di un cast monoespressivo e costantemente affranto (paghe al minimo sindacale in agguato).

Per non parlare del ridicolo pretesto con cui ogni volta l’uomo nero [Sussulto] riesce a mietere le inermi vittime, che casualmente si trovano sempre nella condizione di essere uccise, dall’inetto padre ucciso mentre scende da una scala a pioli dopo aver sostituito una lampadina che si rivela essere invece fulminata alla masochista trovata legata al letto [Casualità] e immediatamente seviziata.

Tutta una serie di ridicole trovate che anziché tenere viva l’attenzione dello spettatore lo invitano ad una rilassante seduta sul proprio letto, riuscendo altresì a strappare un sorriso (obiettivo primario delle moderne produzioni horror).

In conclusione (perché onestamente, nonostante il film duri circa 90 minuti, ho esaurito qualsiasi argomento e anche il solo sparlarne, alla lunga, porta noia) l’ennesimo disastro prodotto da Raimi e soci, esportato qui nel bel paese in un periodo in cui difficilmente, negli altri anni, c’era qualcosa di interessante, ma tra “Hellboy: The golden army”, “Il cavaliere oscuro” e “Agente Smart” per quest’anno la situazione pare differente.
E se la uniche due note di rilievo della pellicola sono un Tobin Bell (“Saw - L’enigmista”) inversione inedita con barba canuta e l’omonimia del cognome del regista con quello di Ingrid Betancourt la dice lunga sulla qualità della pellicola.
Un inno al risparmio.
E il 18 attendiamo anche “Le morti di Ian Stone” dell’italianissimo Dario Piana.


Pazienza nel vedere questo scempio a carico di Svengali

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2.7.08

Wanted - Scegli il tuo destino

Regia: Timur Bekmambetov
Sceneggiatura:
Chris Morgan, Derek Haas, Michael Brandt

Cast:
James McAvoy, Angelina Jolie, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann


Da un’opera di Mark Millar arriva sul grande schermo l’ennesimo cinefumetto, lontano anni luce dall’opera originale e privo di una propria identità.


Wesley Gibson (McAvoy) è l’impiegato medio, anzi è qualcosa in meno, è un individuo anonimo, frustrato per la patetica esistenza che è costretto a vivere, divisa tra un lavoro logorante e per nulla gratificante e una donna che lo tradisce quotidianamente con il suo migliore amico.
Questo fino al giorno in cui incontra Fox (Jolie) e Sloan (Freeman), membri della confraternita del fato che da mille anni garantisce l’ordine nel mondo, che lo addestrano ad essere una macchina letale capace di compiere azioni al limite delle umane possibilità, col fine ultimo di uccidere il reietto Cross (Kretschmann) che ha tradito la confraternita.

Adattando alla bene e meglio la serie culto dello statunitense Mark Miller (edita qui da noi dalla Panini Comics), Timur Bekmambetov, che già aveva mostrato una certa predilezione per i temi fuori dall’ordinario nei suoi due precedenti lavori (“I guardiani della notte” e seguito, con terzo capitolo in uscita), realizza un adrenalinico film non esente da difetti, capace in ogni caso di mantenere viva l’attenzione dello spettatore p
er l’intera durata.
O quasi.
Perno del film il giovane James McAvoy, che continua a sorprendere dopo le due belle prove in “Espiazione” e “Starter for 10” (da noi inedito) e che nonostante non faccia dell’espressività il suo punto di forza (patetica la sua prova ne “L’ultimo re di Scozia”) riesce comunque a rendere vivo il personaggio di Wesley Gibson.
Lo affiancano un’avvenente Angelina Jolie, la belloccia di turno che ha il solo scopo di attrarre in sala il pubblico di sesso maschile, Morgan Freeman, che recita in 36 film l’anno per i canonici dieci minuti, ricoprendo molto spesso ruoli affini e caratterizzandoli sempre con la medesima, imbronciata, espressione, e Thomas Kretschmann, villain atipico e altra sorpresa della pellicola, nonostante le fugaci apparizioni, tra un barattolo di burro d’arachidi e una finestra socchiusa.
Si, perché l’algido sassone (che gradiremmo vedere più spesso in ruoli di maggior rilievo) si rivela personaggio ostico quanto evanescente, risultando paralizzato da una sceneggiatura che lo inquadra come “cattivo” di turno senza che gli sia mai dedicato il giusto spazio, ma riuscendo nonostante tutto a risultare incisivo e convincente.

Purtroppo, e qui arrivano le dolenti note, la sceneggiatura è il vero tallone d’Achille della produzione, mai incisiva né tanto meno innovativa (ma realizzare un buon prodotto senza che lo fosse sarebbe stato ugualmente possibile, oltre che plausibile) e soprattutto lontana anni luce dal concept originale di Millar e Jones.
La svolta intrapresa da Morgan, Haas e Brandt annulla completamente ogni metafora presente nell’originale e tralasciando completamente le critiche rivolte alla moderna società (oltre che cambiando i nomi di alcuni dei personaggi principali) vira verso una più facile e di sicuro impatto impronta action, strizzando l’occhio al recente “Shoot’em’up - Spara o muori” (fiasco ai botteghini immeritato) e agli exploitation movie che tanto successo riscossero negli anni settanta del secolo scorso (e dimenticate il finto citazionismo Tarantiniano con “A prova di morte”).
Ma anche confrontandolo con la pellicola diretta da Michael Davis, l’esordio hollywoodiano del russo Bekmambetov ne esce sconfitto, peccando di manie di grandezza e stremanti sessioni di allenamento per niente interessanti e ricche altresì di cliché, precludendogli quindi un qualsivoglia raffronto con il primo John Woo (quello dei due “A better tomorrow” e “Bullet in the head” tanto per intenderci) o con gli action “canonici”, che hanno fatto la storia (e la fortuna) del genere.
Un’esagerazione lunga 110 minuti che esalta il lato meramente visivo, messo in risalto ancor di più dalla bella fotografia di Mitchell Amundsen, che già con “Transformers” di Michael Bay aveva ottenuto risultati soddisfacenti, rallegra gli occhi con le grazie della Jolie in bella mostra e conferma il talento di McAvoy (e ce n’era bisogno), ma che nulla aggiunge al vasto panorama del genere.
Una volta tanto non basta scollegare il cervello e godersi una sana iniezione di testosterone, soprattutto quando il punto di partenza è un’opera di culto.
Rimandato (nonostante l’enorme successo riscosso in sala) con probabile seguito.
Piccola parte per Konstantin Khabensky, protagonista per il regista kazaco, de “I guardiani della notte” e “I guardiani del giorno”, mal sfruttato invece il poliedrico Terence Stamp che ricopre un piccolo ruolo in cui si limita a scimmiottare il classico pezzo mancante per la risoluzione di un enigma fin troppo prevedibile.


Recensione a cura di Svengali

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17.6.08

Import: Dead man's shoes

Regia: Shane Meadows

Sceneggiatura: Shane Meadows, Paddy Considine

Cast: Paddy Considine, Gary Stretch, Toby Kebell


Secondo film di Shane Meadows, autore inglese semi sconosciuto nel nostro paese.

Ingiustamente trascurato dalle leggi del marketing.



Richard, dopo anni trascorsi a servire l’esercito di sua maestà, torna a casa e scopre che il fratello è stato violentato da un branco di uomini senza scrupoli, privi di dignità.

Inizia allora la sua vendetta.

Un autore non molto prolifico Shane Meadows, ma ogni qualvolta si imbarca in un nuovo progetto riesce sempre a colpire nel segno.

Ogni sua opera si rivela come un pugno nello stomaco, evita infatti giri di parole e elucubrazioni varie, presentando la -triste- realtà ai nostri occhi di inermi spettatori, che non possiamo fare altro che limitarci ad osservare (e riflettere).

E’ il caso anche di “Dead man’s shoes”, storia di una torbida vendetta il cui compimento non lascerà alcun sapore dolce al povero Richard.

Meadows affronta il tema sopra citato utilizzando un soggetto poco convenzionale (basato su un numero esiguo di pagine, sono molte le improvvisazioni da parte degli attori) messo tuttavia in scena in maniera perfetta, alternando differenze cromatiche per le sequenze ambientate nel passato e quelle nel presente (il film è tutto girato in 16 mm), al punto tale da riuscire a far scorrere il tutto in maniera fluida e senza intoppi.

La peculiarità della pellicola è riscontrabile anche nella perfetta commistione di generi che la rendono differente dal classico revenge movie, largamente abusato e ricco di cliché, alternando sapientemente scene cruente, forti, ad altre di una dolcezza infinita.

Un po’ Rambo, tuttavia meno caciarone e più "umano" del suo predecessore d'oltreoceano, e un po’ angelo vendicatore, bestia senza scrupoli che non si ferma davanti a nulla, l'(anti)eroe è interpretato magistralmente da Paddy Considine (che con un altro film di Meadows, “A room for Romeo Brass”, aveva esordito), a cui bastano pochissime parole (ma moltissimi sguardi) per dare animo ad un personaggio grigio, costretto dai sensi di colpa per aver abbandonato il fratello alla mercé di una vita difficile, ancor più quando si è afflitti da un qualche handicap.

Non ci sono vie di mezzo, si passa da un'emozione a quella opposta in un breve lasso di tempo.

L'istinto, l'irruenza e la caparbietà fanno da traino (e ne sono contemporaneamente il fulcro) per l’intera storia.

Una vendetta servita fredda, lenta, un conto alla rovescia che porta ciascuno degli aguzzini a rivivere le sevizie fatte sul povero Anthony prima di perire per mano di Richard, un po’ come succedeva alla vedova nera di Truffaut (“La sposa in nero”), con l’auspicio che tutto ciò possa alleviare i suoi sensi di colpa, alternando i suoi due lati, quello umano e quello sadico, violento (e le sequenza con la maschera anti-gas sono già di culto).

Il cancro che si porta dentro lo spinge ad uccidere, ma non è un palliativo per il raggiungimento di un senso di pace che tarda ad arrivare e che probabilmente mai arriverà, se non compiendo gesti estremi, quanto meno lo aiuta a tenere a bada il dolore.

Punta il dito contro lo squallido perbenismo e l’indifferenza della periferia inglese Shane Meadows (le Midlands sono lo sfondo di una sua ipotetica trilogia, iniziata con “A room for Romeo Brass”, proseguita con “Once upon a time in the Midlands” e conclusasi proprio con questa pellicola), dove tutto è ancor più lecito che altrove, dallo spaccio di droga alle violenze sui disabili, e dove l’unica speranza è la rassegnazione (o la fuga).
A fare da contorno al tutto troviamo le belle musiche country-alternative e una splendida campagna inglese che avvolgono in un'aura magica la tragica vicenda, oltre alla fotografia di Daniel Cohen.

Presentato a Venezia ed inedito in Italia, sarebbe un bene riscoprire questo piccolo cult, che probabilmente mai vedremo qui da noi.



Recensione a cura di Svengali

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16.6.08

Il film di oggi: Match Point (Canale 5 - 21.00)

La nuova rubrica che vi informa su cosa non dovete perdere in Tv.
















Regia: Woody Allen
Cast: Scarlett Johansson, Johanthan Rhys-Meyers
Durata: 124 minuti
Genere: Thriller

Lui (Chris) è un giovane maestro di tennis residente a Londra, lei (Chloe) è la sorella di un uomo molto ricco (Tom), fra i due si metterà la fidanzata del fratello (Nola). Il tennista sposerà la sorella, ma sarà la (ex)fidanzata rimanere incinta. Come risolvere il problema? Su queste premesse si basa il primo dei tre film di Woody Allen ambientati a Londra, un film che richiama per molti versi il bellissimo Crimini e misfatti. Un film molto complesso e articolato, quindi. Da non perdere.


Ma non dimentichiamoci di:

-
Malcolm X (La 7 - 21.10)
E' la biografia di Malcolm X, l'eroe nero di una generazione che in nome dei diritti della razza nera, dovette subire numerose umiliazioni sino ad essere ucciso dalla CIA, in quanto diventato un personaggio troppo scomodo.


-
Mad City (Rete 4 - 23.20)
Dopo essere stato licenziato dal museo dove lavorava come guardiano, Sam, si presenta dalla direttrice con un fucile. La situazione precipita e Sam rimane chiuso nel museo con una scolaresca in ostaggio. A questo punto un giornalista gli propone un'intervista per far valere le sue ragioni, Sam accetta però..

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13.6.08

Recensione: E venne il giorno

Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura:
M. Night Shyamalan

Cast: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Deschanel, Betty Buckley, Ashlyn Sanchez

Il tanto atteso ritorno di M.Night Shyamalan, dopo il piacevole “Lady in the water”, si rivela un buco nell’acqua.



Una misteriosa tossina spinge le persone al suicidio, l’America è nel caos più totale, quello che all’apparenza sembrerebbe un attacco terroristico si rivela invece essere una “presa di posizione” da parte della natura.
Elliot Moore (Walhberg) e sua moglie Alma (Deschanel) cercano una via di fuga, nella speranza di poter ricostruire anche una vita coniugale ormai allo sbando.
La nuova pellicola del regista indiano, ormai trapiantato ad Hollywood, Shyamalan si rivela, a conti fatti, una grandissima delusione, sono parecchi infatti i fattori che ne hanno minato la qualità e ben pochi (quasi assenti) gli elementi degni di nota.
Innanzitutto la sceneggiatura, punto cardine delle sue precedenti produzioni, è un grossolano miscuglio di situazioni e personaggi già visti, che vanamente prova a puntare sull’originalità, ma a conti fatti nulla di trascendentale se si pensa che già nel 1963 Hitchcock e Hunter avevano trattato il medesimo argomento (ribellione delle “forze della natura” sostituendo alle piante, al centro dell’odierna pellicola, gli uccelli dell’omonimo titolo), o ancora Emmerich, un paio di anni fa, ci aveva propinato l'ennesimo film catastrofico a sfondo ambientalista (lì almeno era sano intrattenimento condito da effetti speciali all'avanguardia), ma in questo caso il tutto non riesce mai a coinvolgere pienamente lo spettatore.
Ad aggravare il tutto contribuiscono delle scelte narrative decisamente poco azzeccate e/o inspiegabili (la moglie turbata da qualcosa di sconosciuto appare costantemente con gli occhi sgranati e incapace di trasmettere emozioni, forse per giustificare la palese inespressività della Deschanel) e attori poco adatti ai loro ruoli (ridicolo il militare, inutile la nipote della coppia, messa lì tanto per fare numero).
Stranamente sorprende invece Mark Wahlberg, dopo la delusione dell’ultimo “Shooter” offre in questo caso una prova convincente, insieme a John Leguizamo (messo da parte dopo venti minuti), ma tanto non basta perché il film raggiunga quanto meno la sufficienza.
Ad un primo tempo pressoché ridicolo ne segue un secondo in cui si intravedono tutti gli elementi tipici del modo di far cinema di Shyamalan, dalle situazioni volutamente ironiche nei momenti meno attesi (anche se alcune sarebbero state meglio in un b-movie tanto sono tristi e squallide) al colpo di scena (in un certo senso meno telefonato che nelle precedenti produzioni, merito anche della colonna sonora, mediocre opera di James Newton Howard), ma è la deriva splatter a far storcere il naso.
Sinceramente è alquanto inutile mostrare gli inermi sventurati finire triturati da un tagliaerba o schiantati al suolo dopo un volo di trenta metri, alla pellicola non aggiungono nulla, non risultano convincenti e molto spesso annoiano (intorno a metà film è partito il toto scommesse su chi sarebbe stato il prossimo, nel raggio di tre metri da Mark Walhberg, a fare una pessima fine).
“E venne il giorno”, lungamente atteso, segna il punto più basso della sua filmografia, tocca parecchi argomenti senza riuscire ad approfondirne neanche uno, rimanendo sempre in bilico tra la storia d’amore (con rigoroso lieto fine) e il film di denuncia (ambientalista, che va tanto di moda ultimamente nella mecca del cinema), personaggi dai caratteri solamente abbozzati, una sceneggiatura per niente ispirata e delle musiche non eccelse sono gli elementi che affondano completamente la pellicola e la pongono di “diritto” tra le peggiori del 2008.
Degni di nota i venti minuti che precedono lo scialbo finale, registicamente e narrativamente perfetti (tanto da sembrare di vedere un altro film), ma non bastano per “salvarlo”.
Bocciato.



Recensione a cura di Svengali

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