Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Sceneggiatura: Prabda Yoon
Cast: Tadanobu Asano, Hye-jeong Kang, Eric Tsang, Ken Mitsuishi
Già grande autore col precedente Last Life in the Universe, il regista Pen-Ek Ratanaruang si riconferma ora come uno fra i cineasti tailandesi più interessanti di sempre.
E' evidente che la fotografia di Chris Doyle ha avuto un ruolo fondamentale nel dar vita alle cupe atmosfere che, forse, sono il pezzo forte del film, ma è altrettanto indubbio che il modo in cui il regista ha saputo dar movimento alle immagini, senza invadenza e con uno sguardo che sembra scavare dentro l'anima, si può a ben ragione considerare la carta vincente del lungometraggio. Così come non si può che applaudire all'interpretazione di un Asano immerso in un ruolo che gli calza davvero a pennello e che riesce a trasmettere alla perfezione un senso di disagio più che tangibile. Di grande impatto anche il resto del cast (internazionale) di cui si avvale Ratanaruang, composto dalla coreana Hye-jeong Kang (che molti ricorderanno in OldBoy), dal giapponese Mitsuishi Ken (Audition), dal cinese Eric Tsang (Infernal Affairs).
A una storia tutto sommato semplice si contrappone un sottotesto emotivo di forte intensità. Kyoji è un cuoco che pur avendo una relazione con la moglie del proprio

Se è vero che quello del senso di colpa e del rimorso è un tema già affrontato innumerevoli volte nel mondo del cinema, bisogna pur ammettere che è raro trovarsi di fronte ad un opera così priva di retorica come Invisible Waves. Anche e soprattutto nel finale, le intenzioni sono quelle di non abbandonarsi a classici meccanismi atti a suscitare le solite emozioni negli spettatori, non si va mai nella direzione del melò, non ci si sente mai vittime della pateticità.
Ma è in realtà nell'impostazione generale che, come già si accennava, Invisible Waves trova la propria forza e la propria ragion d'essere. Non è facile ne scontato addentrarsi in una psiche tormentata, non è immediato per lo spettatore provare empatia per un assassino e, quindi, lasciarsi coinvolgere da una pellicola che vuole mantenersi seria (nonostante l'ironia non sia del tutto assente). Pure i colpi di scena, quando presenti, non vengono -volutamente- sfruttati, perchè non rientrano negli obbiettivi del regista. Pertanto si dimostra saggia la decisione di proiettare ogni astrazione verso l'esterno, ed ecco che l'ambiente (vero protagonista del film) diventa trasfigurazione dell'inconscio, materializzazione delle sensazioni. Solo con questo concetto in mente è possibile apprezzare l'importante lavoro svolto, anche in fase

Quanto detto in precedenza non dovrebbe mettere in secondo piano un'altro importante tassello che determina la riuscita di questo prodotto: i dialoghi. Potrebbe sembrare strano, perchè in un opera marcatamente surreale come questa ci si potrebbe convincere che le parole debbano lasciare il posto alle immagini. Ma non è così. Molte frasi (le più preziose) sono studiate e pensate per aprire la strada alle immagini stesse.
Del resto, anche il titolo acquista significato in alcune delle battute più belle dell'intero film: quando Kyoji si trova in viaggio sulla nave e fa la conoscenza del barman, quest'ultimo, parlando del proprio lavoro e del mare, afferma di odiare il primo ma di amare il secondo, “il mare non ha pregiudizi nei miei confronti, lo guardo e lui guarda me” dice. Ma Kyoji non può essere d'accordo, “strano, io ho l'impressione che il mare mi giudichi” risponde. Perchè la visione delle cose cambia in relazione al nostro stato interiore. Mentre chi è in pace con se stesso vede nel mare un riflesso della propria innocenza, il protagonista non può far altro che scorgervi delle onde invisibili, quelle della propria (sub)coscienza. Una coscienza macchiata e sporcata irrimediabilmente, turbata e irrequieta, come un mare apparentemente calmo in superficie ma mosso in profondità da un flusso che non può cambiare direzione, e che accompagnerà per mano Kyoji (e lo spettatore assieme) verso l'amaro e toccante finale che conclude degnamente un opera di elevato livello artistico.